MURI

autobiografia di una casa
 
 

di Paola Berselli
con Paola Berselli e Stefano Pasquini
regia Paola Berselli e Stefano Pasquini
tecnica Maurizio Ferraresi
organizzazione Irene Bartolini
ufficio stampa Raffaella Ilari
produzione Teatro delle Ariette 2021
con il contributo di Regione Emilia-Romagna, Fondazione Del Monte di Bologna e Ravenna
 

 

Stiamo ristrutturando la casa delle Ariette, quella rossa con le persiane verdi, che si vede bene da Via Rio Marzatore.
Quando siamo arrivati nell’89 la casa era piena di cose, di oggetti, di mobili. Era la seconda casa di una famiglia di città con quattro figli (quella di Pasqui).
Ma prima, prima del nostro arrivo, questa casa povera, scomposta, asimmetrica, incomprensibile e non bella com’era? Da chi era stata abitata?
La parte più vecchia è rossa, su tre livelli. Sul lato della collina c’era una cantina a cui era stato aggiunto in altezza un fienile e sul lato giardino una stanza ampia con un grande bagno.
Adesso la casa internamente è un po’ cambiata, in totale 12 vani di cui tre bagni con antibagno. Si direbbe grande, non è così, in tutto 145 metri quadrati, tanti piccoli spazi, “le camerette” le chiama la mamma di Pasqui.
Non l’abbiamo quasi mai utilizzata per fare uno spettacolo. Solo all’inizio, prima del “Teatro da mangiare?”, prima del Deposito Attrezzi.
Ristrutturare una casa così vecchia abitandoci è davvero complicato. Ci abbiamo pensato tanto e alla fine un’intuizione mi ha convinta: rendere abitabile un sottotetto inaccessibile e collegarlo tramite l’apertura di una porta alla camera più alta, dove vado quasi solo io, dove d’inverno stendo il bucato, dove stiro, dove ci sono tanti libri e tanti oggetti che appartengono alla vita precedente le Ariette, l’infanzia, i genitori, la scuola, il liceo, la casa di Anzola dell’Emilia.
Queste due stanze sono il luogo più segreto della casa. Fai fatica a capire come sono disposte, ti viene voglia di giocare a nascondino in queste stanze, ti viene voglia di raccontare una storia mai raccontata.
Allora ho pensato a un incontro con un piccolo gruppo di spettatori per raccontare quello che non ho mai raccontato, quello che non si vuole dire neanche a sé stessi, quello che riaffiora piano piano nel tempo e ti chiede di essere riconosciuto.
Potrei non essere io a raccontare, potrebbe non essere la mia storia, potrebbe essere la voce di una donna, di una delle tante donne che hanno abitato questa casa, che popolano i miei spettacoli, la cameriera, la donna ammalata del campo, la musicista delirante, l’infermiera, Maria, l’amica delle oche …
Ho stirato tante volte gli abiti di queste donne nel sottotetto e ho indossato le loro parrucche. In questa stanza non ci sono solo io, è piena della loro presenza, delle loro storie mai dette, della mia storia e della storia di questa casa, di questo luogo, il mio luogo.
Paola Berselli

Mai come in questo anno le case sono diventate il perno delle nostre esistenze, hanno assunto consistenza e spessore di entità, specchio delle nostre inquietudini e dei nostri sogni. Paola, ingaggiando un serrato corpo a corpo, un dialogo sincero con i muri delle Ariette, cerca in realtà di mettere a fuoco il percorso della sua vita, in particolare quello precedente all’arrivo in questa casa. Parlare della casa diventa parlare di sé. Parlare con la casa è come parlare con sé stessi. Parlare con gli spettatori significa rivolgersi alla comunità, invitare la comunità a entrare nel proprio spazio privato, intimo e sensibile. Il piccolo gruppo di spettatori, spostandosi con Paola da una camera all’altra delle Ariette in un movimento ascensionale che dal piano terra conduce all’ex sottotetto inaccessibile, attraversa in realtà un’anima, si mette in relazione con lei, viene chiamato a vivere un percorso autobiografico collettivo, intimo, individuale e condivisibile al tempo stesso. Durante questo anno che abbiamo appena passato, le case si sono trasformate a volte in prigioni. Oggi, in questo percorso catartico attraverso la casa delle Ariette, nella consistenza dei muri, nello spessore degli intonaci, nella misura degli scalini, le case ritrovano la loro dimensione di rifugio, di archivio della memoria delle emozioni, dei sentimenti e degli affetti. In fondo ogni casa diventa il museo della nostra esistenza.
Stefano Pasquini