26.07.2014
ELENA GALEOTTI

NULLA È PIÙ SCONFINATO DELL'UOMO

A proposito del rapporto spettatori-teatro, approfitterei di un interessante incontro a cui ho assistito qualche tempo fa al DOM sul significato del ritmo nell'arte, era una conversazione tra Romeo Castellucci e il filosofo Federico Ferrari; si è parlato del concetto del "ritmo" nell'arte a partire dalla fotografia del californiano Chris MacCaw, ma soprattutto si è parlato di Friedrich Hölderlin, scrittore, poeta e filosofo che ha da sempre un posto speciale nel mio cuore per via dei miei antichi studi sull'Antigone e sul concetto di tragedia.

Cerco di avvicinarmi al punto

Quando Hölderlin traduce Edipo e Antigone sconvolge l'immagine Olimpica della Grecità e viene aspramente criticato da Goethe e Schiller. Hölderlin andava a scuola a Tubinga con Hegel e Schelling e questi mascalzoncelli capiscono subito che "il pensiero tragico" è alla base del pensiero dell'uomo e le opere classiche devono essere comprese, tradotte e riscritte pensando al significato moderno di "tragedia" e ripescando quelle censure che volutamente avevano evitato di portare a galla "il sostrato e la fonte orientale" dell'uomo (Hölderlin), cioè la complessità del pensiero che poi si traduce in linguaggio, significato, significante, ritmo, forma... Hölderlin individua (secondo i miei ricordi del saggio sul tragico) due forze che regolano la natura.

  • L'organico cioè ciò che unisce e regola e struttura
  • L'aorgico, ciò che al contrario divide ovvero la potenza infinita, inaspettata e panica della natura.

Si tratta di forze antitetiche del mortale e del divino: ciò che non ha limiti e ciò che è governato da leggi (su questo pensiero Hegel scriverà poi la sua teoria sulla tragedia come espressione del pensiero dell'uomo moderno: tesi (Creonte-la legge), antitesi (Antigone-il divino aorgico= sintesi (annientamento di entrambi).

E qui il pensiero si fa illuminante, nel far emergere le censure dell'antica tragedia, Hölderlin passa poi al concetto di cesura, un momento di sospensione dove il ritmo dell'opera mostra un'incompatibilità perché è un'interruzione controritmica. In questa cesura, silenzio, sospensione, Hölderlin individua IL VITALE che coincide con la MORTE e nella costruzione individua zone di distruzione dell'opera stessa.
Il vero eroe tragico è dunque portatore di silenzi (Romeo Castellucci) ed è proprio in quella zona di grande pericolo e di silenzio che lo spettatore curioso dovrebbe entrare in assoluta solitudine.

Ripercorrere questo pensiero mi è stato utile per capire che il mio atteggiamento di attrice-autrice-organizzatrice e spettatrice non può che essere il medesimo; in teatro sono dentro l'opera che è il cuore pulsante e in ogni momento vado alla ricerca e provo a proteggere la possibilità che si verifichi quella cesura, quel silenzio, quell'attimo dove il teatro si avveri, inaspettato, in tutta la sua umana complessità.

Da attrice, posso pensare ai desideri dello spettatore che assiste al mio lavoro?
Mi vien da dire che posso solo sperare che gli spettatori che scelgono di vedere e ascoltare il lavoro siano disposti e desiderosi di correre i miei stessi pericoli.

L'essenza del teatro è contenuta in un mistero chiamato "il momento presente" (P.Brook). Attore e spettatore determinano ogni momento di un'opera teatrale. Perché il teatro accada l'attore deve essere in relazione con lo spettatore e ogni volta può succedere di tutto perché tante sono le varianti, pertanto grande è la responsabilità dell'attore che sarà tanto più avvantaggiato quanto più fiducioso e generoso sarà il pubblico che lo accompagna nel percorso di condivisione.

Se tutti pensiamo che l'opera debba avere un posto centrale e si parte dal magnifico presupposto di provare a vivere un'esperienza "in un luogo buio attraversato da forze e tensioni" (Morganti), qui e ora, dove si corrono pericoli e dove il teatro può a tratti accadere; allora, domando, non dovrebbe essere compito degli addetti ai lavori, proteggere e preservare la natura di un'arte tanto complessa quanto originaria, in costante ricerca di relazione?
Non dovrebbe essere compito di critici, studiosi, intellettuali, spettatori, dare alla parola TEATRO il valore e le parole che le appartengono? Non dovrebbero gli organizzatori cercare sempre nuove soluzioni perché l'opera possa realizzarsi nei luoghi giusti, nel rispetto della sua fragile natura?


"numeroso lo smisurato, ma nulla è più sconfinato dell'uomo"

scrive Friedrich Hölderlin traducendo uno dei versi più famosi del coro nell'Antigone di Sofocle.

In questa sua originaria-antica costruzione credo che il teatro sia un'arte moderna, proiettata nel futuro, un'arte inafferrabile che si costruisce nel mondo sconfinato dell'uomo in un cammino che ogni volta si modifica e si autodistrugge nella relazione con l'altro (attore-spettatore) sempre alla ricerca di nuova vita.


Elena Galeotti