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“E altre storie …
come un topolino cominciò a volare”
Tutti vivevano felici nella tribù dei topolini.
Tutti tranne uno: un piccolo topolino che viveva con la sua topolina e i suoi figli nell’ ultima tana in fondo al villaggio.
Sentiva sempre un rumore e diceva: “ Ascolta moglie, ascolta bene! Non senti un rumore che non si ferma mai? Ascolta …” Ma né la moglie né nessun altro sentiva niente e col passare del tempo tutti lo consideravano matto. Allora una sera, quando i suoi figli dormivano, disse a sua moglie: “Moglie mia io non posso più vivere in questo modo, tutti ridono di me. Moglie mia mi addolora tanto lasciarti ma io devo partire.” Lei piangendo gli chiese quando sarebbe partito. Il topolino rispose: “All’ alba”. Così lei gli preparò un panino poi aspettarono insieme che il sole sorgesse e alle prime luci lui partì.
Cammina cammina arrivò in un prato dove non era mai stato. Nel prato incontrò una mamma armadillo “Salve sorella! Lo senti questo rumore?” Ma lei stava dando il latte ai suoi piccoli e non rispose. Il topino continuò a camminare e camminando incontrò alcuni cervi “Salve cervi, lo sentite anche voi questo rumore?” “Certo! E’ il fiume!” “Il fiume?” “Sì il fiume” “E cos’è un fiume?” I cervi si misero a ridere e corsero via. Così il topo cominciò a correre finche trovò una coppia di salamandre e chiese “Cos’ è il fiume?”. Le salamandre risposero “Vai più in là e lo vedrai”.
Il topino ricominciò a correre e finalmente arrivò al fiume “ Oh … acqua … quanta acqua” e mentre guardava incantato tutta quell’ acqua di colpo sentì una gran risata. Si voltò di scatto, ma non vide nessuno, finché qualcosa volò per l’ aria e gli atterrò vicino. “E tu chi sei? disse il topino” “ah, eh, ih, oh, uh io sono la rana sorridente, fratello topo” e mentre rideva fece un salto altissimo “Ma tu voli!” “No, io salto” “E perché salti?” “Per vedere le montagne solitarie” “Cosa sono le montagne solitarie? Perché io non le vedo?” “Fratello topo, sono le montagne più alte del mondo, ma sono lontane lontane e per vederle bisogna saltare più in alto che si può. “Sorella rana, le voglio vedere anch’ io” “E’ facile, ora ti insegno: prima devi contrarre tutti i tuoi muscoli, così … e poi di colpo … saltò e … meraviglia … vide le montagne solitarie. “Le ho viste, le ho viste!” “Lo so e adesso le vedrai di nuovo, coraggio si salta”. Così le lezioni di salto ripresero e il topo diventava sempre più bravo e saltava sempre più alto, a volte quasi quanto la rana.
Rimasero insieme molti giorni e molte notti saltando e guardando le montagne solitarie e il topino era molto felice. Finché un giorno pensò alla sua tana, alla sua topolina e ai suoi piccoli e diventò un po’ malinconico ma non disse niente. La rana però, che sapeva molti segreti, dopo alcuni giorni gli disse “Devi tornare a salutare la tua gente, fratello topo, devi essere dove è la tua testa, devi seguire il tuo cuore” “Si, hai ragione, ma non voglio lasciarti”. La rana questa volta rise più del solito “Tornerai!” e saltò più in alto che mai. Il giorno dopo il topo partì e cammina cammina, dopo molti giorni, vide le tane della sua tribù e dopo poco entrò di corsa nella sua tana e abbracciò la sua topina che oramai lo credeva morto. La gioia era grandissima e il topo cominciò a raccontare le sue avventure a sua moglie che ascoltando la storia pensò che fosse completamente impazzito e gli consigliò di andare a parlare con gli anziani. Così, l’ indomani, il topino si diresse verso la tana degli anziani e raccontò quello che aveva visto. (Il topo racconta con entusiasmo la sua avventura) “Il fiume? Assurdo! Non esiste niente di tutto ciò! Noi non lo abbiamo mai visto!” (Il topino racconta della rana, delle montagne solitarie e fa una dimostrazione di salto) Gli anziani si misero a ridere a crepapelle e lo buttarono fuori. “Amico, torna nella tua tana e cerca di curarti … che sei diventato matto”. Il topino deluso tornò nella sua tana, ma oramai tutti ridevano di lui e perfino la sua topolina lo guardava sospettosa e i suoi piccoli si vergognavano di essere figli suoi. Lui intanto non parlava quasi più. Andava lontano a saltare e sognava le montagne solitarie e la sua amica rana sorridente finché una mattina che non ne poteva più, senza dire niente né salutare nessuno, si rimise in cammino e questa volta sapeva che non sarebbe mai più tornato indietro.
Quando arrivò vicino al fiume il topino fece un gran salto e vide da lontano la sua amica rana che rideva contenta. Si mise a correre e subito era lì con lei, e ridevano insieme e saltavano da tutte le parti e tutto avrebbe potuto essere perfetto. Vissero molti mesi insieme, parlando, ridendo e il topino imparava dalla rana molte cose, ma la cosa che lo interessava di più erano le montagne solitarie e spesso saltava per vederle. Un giorno fu la rana a parlare per prima: “Fratello topo, adesso sei pronto e credo sia venuto il momento, quando pensi di partire?” “Non so, sorella rana, le montagne mi chiamano, ma il mio cuore è qui con te!” “Fratello mio, quando le montagne chiamano bisogna rispondere. E tu devi andare.” Così cominciarono i preparativi per la partenza del topo. Un giorno, all’ inizio della primavera, il topo partì. I saluti furono tristi. La rana però non perse mai il suo sorriso e quando il topo era già lontano fece un salto e gli urlò forte: “A presto fratello topo”.
Così il topo cominciò il suo viaggio e dopo molto tempo un giorno si trovò davanti una pianura infinita. Ora, attraversare le pianure, è per i topolini un grande problema perché finché hanno un cespuglio o una pietra sotto la quale infilarsi riescono a non essere catturati dai loro grandi nemici: gli uccelli rapaci, ma nelle grandi distese, senza rifugio, non hanno possibilità di scampo. Così il topino guardò spaventatissimo quello che lo aspettava e gli venne una gran voglia di tornare dalla sua amica rana e di lasciare perdere le montagne. Poi però sentì che doveva continuare a tutti i costi, anche se doveva morire. Pieno di paura si rimise in cammino, ma quasi subito sentì sopra di lui l’ occhio affamato dell’ aquila. Si mise a correre, ma quell’occhio era sempre più vicino. Disperato andava a ZIG ZAG e non aveva quasi più fiato e ormai sapeva che non sarebbe riuscito a sfuggire finché, all’ improvviso, sentì una mano tirarlo da una parte e invece di ritrovarsi fra gli artigli dell’ aquila si ritrovò in un buco profondissimo davanti a un topino come lui, ma molto più vecchio. “Grazie mi hai salvato la vita, ma cosa ci fai qui?” E così il vecchio topo gli raccontò la sua storia. Anche lui era partito da giovane per raggiungere le montagne solitarie ma poi, davanti alla pianura, aveva capito che non c’ era più possibilità di raggiungerle e così si era trovato un posto al sicuro e viveva lì ormai da molti anni, aiutando di tanto in tanto i pazzi che decidevano di proseguire lo stesso. “Ma tu non sei pazzo, tu ti fermerai qui con me perché ormai sto diventando vecchio, qui non si sta male, c’è tutto quello che si può desiderare”. Ma il topino gli chiese: “Cosa sai tu delle montagne solitarie?” “In cima, se uno riesce ad arrivarci, c’è un posto bellissimo pieno di laghi e quello, fratello topo, quello è il regno delle aquile. Anche se riesci ad arrivare fino lì di sicuro là in cima non potrai sopravvivere più di pochi minuti, nessuno è mai tornato indietro”. Il topino rabbrividì, ma era molto stanco e così senza rispondere si arrotolò in un angolino e dormì un sonno pieno di ombre minacciose. L’ indomani passò la giornata con il vecchio topo che era molto saggio e decise di fermarsi lì del tempo e cercò di insegnare a saltare al suo vecchio amico che però era troppo vecchio e non ci riusciva. Così venne l’ inverno e i due andarono in letargo e lo passarono insieme nella profondità della terra.
Venne primavera di nuovo e il topolino si sentiva forte e deciso. Un giorno abbracciò il suo vecchio amico e decise di ripartire. “Tu sei proprio matto” “Devo andare” “Allora guarda quella radura laggiù. E’ la tua unica possibilità di salvezza, addio”. “Addio” e appena fuori dalla tana il topolino si mise a correre disperatamente e corse tanto che quasi per miracolo si ritrovò sano e salvo nella radura. E lì sentì un poco più lontano un pianto disperato. Erano dei singhiozzi che quasi gli strappavano il cuore. Subito andò a vedere chi era che piangeva tanto e rimase senza parole quando vide davanti a lui un bufalo enorme. “Salve fratello bufalo, perché piangi tanto disperatamente tu che sei così bello e forte, che non hai paura delle aquile mortali, che puoi andare dove vuoi, tu che non hai nemici più forti di te?” “Fratello tu non sai quale disgrazia mi ha colpito! Una malattia terribile mi ha colpito e sono diventato cieco. La mia bufala mi ha abbandonato e tutto il branco mi ha lasciato indietro. Ormai non servo più a niente e a nessuno e sto solo aspettando di morire”.
Il topo si sentì tanto commosso che cominciò a piangere anche lui per il triste destino del bufalo, e piangevano, piangevano insieme, finché successe una cosa stranissima. Le lacrime del bufalo e quelle del topo cominciarono a mescolarsi insieme e si formò come un piccolissimo fiume che andava dall’ occhio dell’ uno a quello dell’ altro, e poi, chissà come, un occhio del topolino cominciò a muoversi e a scivolare sul piccolissimo fiume di lacrime e di colpo … entrò nell’ occhio malato del bufalo. “Ma … ci vedo! Ci vedo! Sono salvo! Sei stato tu, topino! Sei stato tu, ma come hai fatto? Come? Ah … Grazie! Grazie!”. Il bufalo era fuori di sé dalla gioia e non capiva più niente. Il topo era molto contento, però si era accorto di avere perso il suo occhio e non ci vedeva più come prima e non sapeva come fare e cominciava anche ad avere paura perché non sarebbe mai riuscito ad attraversare la seconda parte della pianura senza un occhio. Il bufalo parlò “Cosa posso fare per te, fratello topo? Chiedimi quello che vuoi e io per te lo farò”. Il topo allora gli spiegò il suo problema. “Ecco vedi fratello bufalo io devo attraversare la pianura senza farmi prendere dalle aquile e devo arrivare fino alle montagne solitarie” “Facilissimo, sali sotto la mia pancia e aggrappati ai miei peli e io ti porterò in un baleno alla fine della pianura, però non più in là perché lì iniziano le montagne solitarie. Quello è il territorio dei lupi e io non posso andarci … Mi spiace”. Ma il topo era felicissimo anche così e allora fece un gran salto e si aggrappò saldamente sotto la pancia del suo amico che, senza perdere tempo, si mise subito a correre e correndo correndo arrivarono ai piedi delle montagne solitarie. “Addio fratello topo!”. Il topo guardò il bufalo allontanarsi. Adesso era solo di nuovo, nel territorio dei lupi, e per di più senza un occhio. Però era ai piedi delle montagne solitarie! E questo pensiero gli ridava tutto il suo coraggio.
Così, piano piano, inciampando e perdendo spesso l’ equilibrio perché non ci vedeva bene, cominciò la sua salita su per le rocce delle montagne. Ma le aquile erano sempre sopra di lui e il topo passava più tempo a nascondersi che ad avanzare. Era disperato, non sarebbe mai riuscito a raggiungere la cima coperta dalle nuvole.
Un giorno, dopo molto tempo, era quasi la fine dell’ autunno, il topino era molto stanco. Si fermò e sentì un suono molto strano, come dei sospiri … andò subito a vedere. Era un lupo, il lupo più bello che avesse mai visto. Era grandissimo, e il suo mantello brillava alla luce del sole. Eppure il lupo piangeva: “Ah povero me … Ah che vita triste …” “Salve , fratello lupo! Che ti succede?” “Ah, povero me … Ah che vita triste …” “Ehi dico a te! Che ti succede?” “Ah, povero me …” “Insomma basta, mi vuoi ascoltare?” “Chi sei? Cosa vuoi?” “Come chi sono? Non vedi? Sono un topo” “Non vedo non vedo, no non vedo! Ah povero me, non vedo più … E’ stato un incidente sfortunato, e ora non vedo più! “Come? Tu non vedi più? Tu tanto bello e tanto forte, tu che sei il più bello di tutti i lupi”. Il topo e il lupo piansero assieme a lungo, finché di nuovo le lacrime si unirono in un piccolissimo fiume, e piano piano cominciò ad uscire anche l’ altro occhio del topino e a scivolare dolcemente sul piccolissimo fiume di lacrime ed ecco che … BUFF! per una magia molto misteriosa l’ occhio passò dal topino al lupo, che spiccò un gran balzo “Ma tu sei un mago! Topolino, topolino mio, evviva evviva”. Però il topolino si era ritrovato all’ improvviso nel buio più profondo e aveva paura, e si fece piccolo piccolo, e non rispose. “Fratello topo, ma adesso tu sei ceco, hai dato il tuo occhio per me, il tuo unico occhio lo hai dato per me, ma non avere paura, non ti lascerò qui, dimmi dove vuoi andare, dimmi dove vuoi che ti porti e io ti ci porterò, resterò con te e dividerò con te questo occhio che mi hai regalato”. Allora il topino gli disse: “ Voglio arrivare sulla cima delle montagne solitarie”.
“Faremo prestissimo! Ma sulla cima ci sono molti laghi, lì è il regno delle aquile. Non potrò restare con te a proteggerti. Sei sicuro che non vuoi andare da qualche altra parte? Conosco un posto molto bello …” “No, no, è lì che io devo arrivare”. Non ci fu modo di convincere il topo e così, salito sulla pancia del lupo, il topino, che non vedeva più niente sentiva solo il vento sul muso mentre il bel lupo correva di roccia in roccia verso il regno delle aquile. Finalmente si fermò. “Ci siamo” disse e raccontò al topino come erano fatti tutti i laghi azzurri, i fiori multicolori, i pini alti e le rocce coperte di muschio. “Ora però devo andare. Perché non torni giù con me? “E’ questo il mio posto, io resto qua”. Allora il lupo corse via mentre il topolino si ritrovò solo nel suo buio e di colpo sentì sopra di sé la presenza delle aquile che volavano nel cielo. Però non si mosse, dove poteva andare se non ci vedeva? Si fece solo piccolo piccolo e pensò a sua moglie, ai suoi figli, al topo saggio della pianura, al suo amico bufalo, al suo amico lupo e infine alla rana col suo sorriso e aspettò, aspettò … finché di colpo … FFFFF … vedeva la montagna sotto di lui, vedeva la pianura, vedeva anche il fiume che correva sotto di lui e finalmente vide la sua amica rana. “Salve sorella rana” le gridò “Salve sorella aquila”…
“Salve fratello topo”
“Salve fratello bufalo”
“Salve fratello lupo”
FINE
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