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con il lavoro
di Paola Berselli, Maurizio Ferraresi,
Gregorio Fiorentini, Stefano Pasquini, Claudio Ponzana
TEATRO DELLE ARIETTE - 2002
in coproduzione con il Festival Volterrateatro
16 marzo 2004
Teatro di terra
Maria Grazia Gregori
Attenzione, quando arriva nella vostra città, magari un po' defilato rispetto alla programmazione consueta, il Teatro delle Ariette di Castello di Serravalle vicino a Bologna, non lasciatevelo scappare: vivrete un'esperienza non solo teatrale ma proprio di vita legata ai momenti più semplici, ma fondamentali con cui è scandita la nostra quotidianità. Un'esperienza unica.
Il Teatro delle Ariette è formato da attori provenienti da diverse esperienze ma anche da funzionari di banca con l'amore per la scena, che hanno deciso di voltare pagina per trasformarsi in agricoltori, ma che poi non hanno saputo dire di no al richiamo imperioso del raccontare e del raccontarsi, sia pure cambiato fortemente di segno inventandosi anche un lavoro da editori, cercando ogni volta compagni di strada per il loro viaggio. Il loro è, per così dire, un teatro di «grado zero»: un teatro di terra, da mangiare, nelle case.
Un teatro allo stesso tempo nomade e legato alle proprie radici, semplice e necessario. Un teatro che dura il tempo del cucinare (mi ricordo circa vent'anni fa un monologo di Amedeo Fago che parlava dell'universo mondo mentre cuoceva un risotto che poi condivideva con gli spettatori), di impastare e fare le tagliatelle oppure di preparare in un paiolo di rame, come si faceva un tempo, una polenta da stendere sul tagliere o il pane caldo cotto in diretta dentro un forno costruito da loro.
È un teatro di scambio, fra attori e spettatori, seduti attorno a un tavolo oppure posti a semicerchio attorno alla scena su degli sgabelli di legno e davanti a tavolini ricavati da cassette per la frutta, con una bottiglia di acqua e di vino accanto, come se si fosse in qualche aia all'aria aperta dove è finalmente arrivata quella grande meraviglia che è il teatro e ci si può riposare mangiando cibi semplici fatti con i prodotti biologici dell'orto ascoltando i racconti di vita e di lavoro, di sconfitte e di dolori, di utopie finite male e di solidarietà.
Per mettere in piedi il loro spettacolo (documentato da un bel libro curato da Massimo Marino) agli attori delle Ariette (che è poi il nome del loro podere) bastano un po' di terra vera, a simboleggiare un ipotetico campo, degli ortaggi immaginari gonfiati a vista soffiando dentro una lunga canna, un naso rosso da clown, qualche grembiule, una gabbia a forma di casa dove stanno un gallo e una gallina, il bastone per girare la polenta, l'inconfondibile voce roca di quel rapsodo di Tom Waits, che ci racconta di altre campagne, di altre città, le riflessioni di Patty Parvo sulla pazza idea di fare all'amore, la capacità veramente sorprendente di fabulazione, una cassetta che contiene dei semi e che gira fra gli spettatori.
Antropologico ma anche politico in senso lato, Teatro di terra inizia con gli attori che servono un ottimo minestrone di ceci, formaggio fresco e pane ancora caldo mentre alla fine sul grande tagliere verrà gettata la polenta cosparsa di olio, formaggio e rosmarino.
Un rituale vero e proprio scandito da tempi non teatrali ma naturali e interiori. Loro sono bravissimi, soprattutto danno l'impressione di non avere sovrastrutture e noi che li guardiamo ci rendiamo conto che dobbiamo andare alla ricerca di altre parole, fuori dagli schemi, per raccontarli.