evento innaturale
TEATRO DELLE ARIETTE - 2004
 


 

 

8 giugno 2003

 

A cena con Pasolini sotto la luce della luna
Gianni Manzella

 

Molti già conoscono il teatro "da mangiare" delle Ariette. Altra cosa è però venirlo a provare qui, sulla loro terra e nella loro casa, il podere sui colli bolognesi di Castello di Serravalle dove vivono e lavorano.

Paola Berselli e Stefano Pasquini hanno lasciato la città e il teatro nel 1989, dopo vicende sentite una sconfitta politica e culturale. E si sono ritirati qui a coltivare la terra, in una sorta d'esilio volontario. Qui sono stati creati quei lavori che li hanno fatti conoscere, nati in realtà dal bisogno di raccontarsi, di far partecipi altri della propria esperienza, quando la voglia di far teatro è tornata.

Ospiti invitati alla loro tavola, prima ancora che spettatori. E sempre in numero per necessità limitato, in Teatro da mangiare? soltanto quelli che potevano star seduti intorno ad una lunga tavolata, mentre gli interpreti riempivano con brandelli della loro storia, qualche canzone e un po' di clownerie, l'attesa delle tagliatelle che intanto venivano preparate e servite.

Le Ariette sono infatti (anche o prima di tutto) una azienda agrituristica intorno alla grande casa dipinta di rosso, come un tempo quelle cantoniere, si stendono campi coltivati, pascoli e boschi che l'andamento ondulato del terreno priva di un visibile confine. Quando vi si arriva, non si entra in una sala ma si attende all'aperto, nella corte che sta davanti alla casa, sotto un pergolato. Quando l'elenco dei partecipanti è completo si parte.

 

Da qualche stagione le Ariette organizzano una rassegna di primavera che hanno intitolato "A teatro nelle case". Ci sono artisti amici e c'è la voglia di continuare ad esplorare le forme di una comunicazione che superi l'idea stessa di spettacolo. In questo senso, il loro Secondo Pasolini, evento conclusivo della manifestazione, è certamente l'opposto di uno spettacolo, anche inteso nella forma poco spettacolare dei loro lavori. "Evento innaturale" lo definiscono.

E' all'inizio un lungo percorso per strade in mezzo ai campi, in cui il poeta friulano funge da compagno di viaggio. Bisogna avere scarpe comode. Si parte e la strada va subito in salita. Quattro di loro si sono caricati in spalla le pertiche che reggono una sorta di portantina, su cui è caricato un baule evidentemente assai pesante. Le due donne hanno invece sulla schiena due grandi gerle.

Ogni tanto devono fermarsi "perchè il mio giogo è soave, il mio carico leggero", dice una voce registrata mentre partono le note della Passione bachiana del Vangelo secondo Matteo, il film di Pasolini. A ogni sosta se ne ascoltano frammenti registrati, a volte sono gli attori a dire i testi. Non vi affannate. Basta a ciascun giorno la sua pena. La santità è insieme una maledizione.

La strada scende per un attimo, riprende a salire. Si attraversa una specie di borghetto. Si arriva nel punto più elevato, il tetto di questa piccola parte di mondo. Lo sguardo può correre tutt'intorno, verso la pianura che si va punteggiando di luci, c'è ancora la luce velata del crepuscolo e una mezza luna già alta. La mietitura ha lasciato uno spiazzo, spontaneamente ci si siede in circolo. Posano il baule e le gerle. Spuntano bottiglie e bicchieri, viene stesa una tovaglia. Comincia a girare il vino, mentre affettano il pane fatto in casa, il formaggio, il salame. Intanto tirano su tre croci e vi appendono un telo bianco, uno schermo. Ormai è quasi buio. Si sono portati fin quassù un gruppo elettrogeno e un videoproiettore. Mangiando qualcosa senza fretta, rivedremo le immagini del Vangelo pasoliniano, ascolteremo cosa ci dicono ancora le sue parole. Fino a tardi.

D'improvviso vicino appare una piccola luce in movimento, poi tante. La campagna si riempie di lucciole, faranno ala lungo la strada del ritorno. Sembra una magia teatrale, davvero non c'è niente di naturale nella natura. Per Pasolini la scomparsa delle lucciole era stato il segnale visibile di un mutamento intervenuto nella società italiana, questo inaspettato ritorno (ritorno per chi è arrivato fin lì) può riempirsi di una singolare commozione.