Siamo reduci. Torniamo dalla cacciata lungo viali asfaltati dal caldo e dall’olio delle automobili. Le bottigliette di plastica dove l’acqua si scalda ad ogni istante dicono molto di noi e dei nostri passi faticosi. Nell’afa pomeridiana le scarpe stringono. E’ una marcia grigia dalla stazione agli Orti di Terrevive – un’oasi improvvisa nello sgomento feriale della città -.
Gli “instabili regni umani, animali, vegetali, minerali” ruotano su se stessi confondendosi nei raggi del sole fra i rami – la nostalgia dell’erba e fili d’aria luminosi ci lasciano passare oltre i cancelli della colpa – i paradisi riiniziano. Giochiamo per un po’ in una casetta di legno costruita sopra un albero. Animali di legno colorato ci lasciano fare. E’ l’antica sapiente pazienza dei totem senza dio.
Guardo i bambini sciamare nei loro giochi sul prato, uno ne risulta antipatico, aggressivo … osservo i suoi comportamenti innaturali e adulti, vuole comandare gli altri bambini … il peccato originale è in ogni giardino.
Nei gesti della polenta si silenziano le grida dei bambini, la loro curiosità ammutolisce nel cerchio buono e luminoso che vortica nel paiolo. L’epifania del cibo antico sul prato.
“Ma c’era qualcosa dentro di me che mi diceva di venire qui”. Qui dove l’autobiografia spoglia le carte d’identità fino a denudarle nel silenzio fra parola e parola – voce gesti colori sono i segni della storia esposta e data, briciole d’un pane onesto, semplice, per gli uccellini che guardano e oggi si chiamano spettatori -.
Alle mie spalle due anziane signore parlano e commentano per tutto il tempo, ogni cosa, con divertita avidità, come se temessero di perdere qualcosa dello spettacolo – se cedessi loro il mio posto in prima fila vedrebbero meglio, parlerebbero di meno … non lo faccio, non cedo il mio posto … il peccato originale riguarda tutti, è in ogni giardino -.
Ma la natura e la paura, la solitudine e la dolce compagnia continuano nel silenzio dell’ascoltarsi –“ho avuto tanto amore per il coraggio che ho avuto di venire qui” dove solitudini diverse lavorano assieme nei bei gesti della campagna che così profondamente e radicalmente assomigliano al pianto dell’esilio e all’amicizia -.
Perché i bei gesti del lavoro in campagna sono altrettanti varchi nella creta dell’inizio, formule magiche, poesie, fessure di luce aperte nell’ottusità del mondo.
E i racconti della fatica assolata, senza scarpe – dove la colpa è il piede che entra di gran passo nell’adolescenza, cresce, non calza più la stessa scarpa – dove i fiori senza frutto possono sembrare l’oltre poco più che sognato, antieconomico, come il sogno … dove i gesti dei fiori – hanno molti gesti i fiori! – sono i movimenti della danza del risveglio – dei risvegli – del miracolo sempre possibile, sempre eluso e deluso, ma che incanta chi lo scorga nelle luci del giorno, come una preghiera.
Ma “i tulipani non tolgono la fame”, non liberano dalla schiavitù del fagiolo, della patata, della polenta. E allora in equilibrio su un ceppo di legno, a occhi chiusi, il silenzio diventa popolo sospeso sull’abisso che la falena percorre leggera e dove sventola il filo d’erba come una voce.
E’ “un paradiso in carne e ossa” quello che il grembo materno – e della terra – accudisce e restituisce al giorno del tempo – perché nel paradiso della terra si cammina scalzi e il lavoro diventa danza perché il tempo che ci umilia “esiste solo sugli orologi”. E qui Piero riceve finalmente il bacio di Ninetta, nel coraggio di maggio.
Nessun giardino è senza peccato e la nostalgia resta a fior di labbra, chiede vino. Ma nella luce del crepuscolo sul prato l’orizzonte è una ninna nanna rosa e azzurra che in silenzio si spegne nella siepe, fra nuovi miracoli antichi.
Giancarlo Sissa
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