E’ sui gradini di San Petronio, in piazza Maggiore a Bologna, che la storia di Ginetta e Pino scrive le sue prime parole d’amore e passione politica. E’ una manciata rossa di ciliegie che annuncia destino e ricordi. Il destino dei ricordi.
Cos’è il cammino di un uomo la cui memoria sia stata amputata? la coscienza di sé sopravvive forse allo smarrimento dell’identità, ma chi dice io nell’assenza dei ricordi?
Vent’anni di cammino comune - e teatro e poesia – prima dell’esperienza abissale dell’azzeramento dove sole le domande del silenzio avanzano sulla scena della vita.
Cosa significa rincontrare la propria storia in nuovi gesti? sono nella memoria condivisa le vestigia del cuore? e il coraggio? il coraggio di attraversare un eterno presente che esautora il quotidiano e ne fa un solo giorno lungo undici anni?
Ginetta racconta Pino a Pino – e a se stessa, e a noi – li presenta l’uno all’altro, è lei che sa come l’uno abbia ceduto la propria dimora all’altro, ed è lui che scrive da un allora dal quale lo separa lo spazio del tempo infortunato ma non perduto. Ginetta traduce perché ha imparato la lingua antichissima dell’abbandono e del ricongiungimento. Accade così un incontro inedito, il dialogo si fa partecipato in un gioco continuo d’invisibili specchi – voci radiofoniche, immagini registrate, lettere trascritte, imparate a memoria (“par coeur” come meglio dicono i francesi) – e di presenza forte e intensa, di Pino, di Ginetta, in scena.
E’ la scena sorridente e dolente del loro antico e nuovo presente quella che ci restituiscono – con la generosità umana e politica che è più loro – il tempo lo attraversiamo assieme, il discorso è in presenza, ogni volta vero, concreto, reale, esposto, non simulato – non “recitato” – e diventa un esercizio di riabilitazione collettivo della coscienza, ogni volta goduto (quanto ho riso quella sera!) e sofferto (quanta passione mi hanno mosso dentro i gesti misurati e luminosi di Pino!).
Una volta di più nella fragilità del tempo – per ognuno lo stesso, per ognuno diverso – perché il tempo non si lascia addomesticare e possiamo solo abitarlo, col rispetto dovuto alla dimora che un altro ci ha lasciato.
In scena ci sono gli oggetti della coscienza, i documenti dell’amore, le parole e i gesti del presente consapevole, dei miracoli ancora possibili nella speranza – quando sia, come qui, bonificata dalla retorica -. Lo sai che non ci sono più i comunisti? e i fascisti te li ricordi? un po’. Uscendo.
Pino ci insegna il presente del passato – i suoi tempi istintivamente e teatralmente perfetti disegnano le nostre emozioni - di noi che siamo lì a guardarli, lui e Ginetta, seduti e abbracciati su tre scalini che amore e arte hanno scritto, durante molto tempo, anche per noi.
Perché ci è venuta voglia di cantare, assieme? perché non abbiamo cantato? siamo usciti sulla collina, nella notte, a mangiare, a parlare, a ridere e sorridere, in compagnia. Con gli occhi ancora un po’ bagnati – di luce, di tempo, del coraggio d’un tempo, anche di poesia -. Pino parla da un’ora con una ragazza bionda, Ginetta gioca a fare la gelosa, nessuno ha fretta – è il presente l’interezza del ricordo -.
Giancarlo Sissa
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