"LOFT, spazi in carne e ossa"

Compagnia Laudati Danza

interpreti: Massimo Baldanza, Ilaria Orlandini, Nicola Laudati, Arianna Rodeghiero
creazione di Nicola Laudati
musiche di Cesare Picco, Giovanni Collima e Ryoji Ikeda
editing sonoro di Roberto Passuti
animazioni digitali Mauro Ceolin

venerdì 8 maggio 2009
Teatro San Martino Bologna

Quanto siamo più vicini ai fiori all’inizio, in ogni inizio – e tutto è inizio quando siamo chiamati a creare gli spazi esistenziali, poetici e volumetrici del nostro esserci – anche i suoni del traffico di una grande città e tutto quanto ottunde in modo quasi indifferenziato e avvolge e ospita la nascita incessante.

I movimenti meccanici dell’essere – quasi nulla – che fra corpo e corpo cerca identità nei gesti, nell’arrampicarsi creaturale sull’intenzione dell’umano.

Sfoglia e mangia i fiori dell’amore che può – come può – omosessuale, narcisistico, esteso, bacia sé stesso in sé stesso, senza specchio – si mette nei panni dell’altro baciando – e quindi resta nudo – per celebrare nei geroglifici del corpo l’assenza primordiale di parola.

La prossimità dei corpi – anche la prolissità dei corpi – senza odore e nel suono dei cieli fuori dalla finestra e un pianoforte che scalda le caviglie, dà avvio al cammino, si bilancia, si sbilancia, insegue la propria musica. E’ tutti gli animali e anche l’uomo, nell’esibizione – e nell’estinzione – dei suoi gesti.

Non c’è racconto esplicito – l’essere addormentato e sognare è il racconto, l’essere innamorato e ricordare – nell’assenza di senso tutto assume senso – lo straccio colorato di una camicia, la carezza verde di una maglietta, l’albero che si muove -.

I fiori sono già nevicati in rettangoli di luce, fra i lampi epilettici della notte. E sono i corpi che si arrampicano nelle loro possibilità autobiografiche, le più profonde e le più esposte – il racconto dei fianchi, della gola, del seno, … - nell’armonia ricomposta dei ricordi, nel gioco dei quattro cantoni, nella resa del serpente, nel ritmo che scalza la parola muta dal silenzio – nella rotazione di ogni astro su sé stesso, nell’atonia atemporale dello sguardo.

Lo sguardo come le parole assente – la danza è cieca di fronte allo specchio del silenzio – lo sguardo della danza sono i suoi muscoli, spalle, gambe, nervi, un’altra coscienza.

E continua a svegliarsi nello stupore dell’inizio – e persino nel gesto solidale di cadersi – la conquista dello spazio di luce, sempre interrotto, sempre ripreso, nello spazio fisico dell’emozione, dove il corpo è il fragile vaso creaturale trasparente di vita e desiderio, di spavento e distanza, di ombra e presenza, nella storia che suda, si ritrae, torna, resiste, seriamente.

                                                  Giancarlo Sissa