PADRE NOSTRO

una preghiera da circo

 

 

Paola e Stefano stanno facendo i tortellini: Stefano mette il ripieno, Paola li piega. Alla televisione va il telegiornale di Natale. Finito di mettere il ripieno Stefano tira fuori il lesso dal brodo, spegne il televisore e si rivolge agli spettatori.

 

STEFANO
Il 25 dicembre del 2007, il giorno di Natale, alle 8 di mattina, sulla strada provinciale bazzanese, tra Crespellano e Zola Predosa, abbiamo preso una multa con l’autovelox: 160 euro, mi sembra, più la decurtazione dei punti della patente. Bel regalo, la mattina di Natale.
Stavamo andando ad Anzola, a casa di Tomaso, il papà di Paola, perché la Micaela, la sua badante rumena, aveva un giorno di festa. Tomaso era malato di Alzheimer e non poteva restare da solo.
Per la strada non c’era nessuno. Facevamo gli 82 in un tratto dove c’era il limite dei 70.
L’Alzheimer è una strana malattia, è difficile parlarne. Comunque adesso vorrei raccontare un’altra storia.

“La storia delle pecore” non è mai stata scritta. E’ una narrazione orale che si sta evolvendo durante le repliche e arriverà forse ad una versione scritta.
Alla fine della storia parte “La canzone dell’amore perduto”. Paola finisce di piegare di tortellini, li mette su un vassoio e li porta alla cucina. Paola e Stefano insieme apparecchiano la tavola e il manichino - Tomaso viene fatto sedere al tavolo.

 

STEFANO
Nel luglio del 2001 , al festival di Volterra, facevamo il “Teatro da mangiare?”, di fianco al Garofano Rosso. La Compagnia della Fortezza faceva l’Amleto. Era la prima volta che vedevo uno spettacolo della Compagnia della Fortezza dentro il carcere di Volterra. Rimasi molto colpito dall’azzurro del cielo sopra il cortile, dalla prigione, dai voli dei piccioni che spezzavano il silenzio, dalla misurata delicatezza dei gesti dei detenuti attori. C’erano anche delle ochette nello spettacolo e alla fine delle repliche, non sapendo dove metterle, le hanno regalate a noi, che viviamo in campagna.

 

Segue il numero delle oche fino al bacio dell’insalata, in silenzio

 

STEFANO
Stavamo andando a pranzo dai miei genitori, Santo Stefano, il mio onomastico, ancora tortellini. Potevamo andarci perché la Micaela aveva ripreso servizio da Tomaso. Di solito non si fanno regali di Natale a una persona della mia età, ma a mio padre piace moltissimo regalare oggetti inutili e mi ha regalato questo.

 

Un topolino meccanico al pianoforte suona, Stefano e Paola cantano “Silent Night”. Poi il manichino – Tomaso viene portato alla sedia a rotelle.

 

STEFANO
A questo punto è molto difficile continuare lo spettacolo, perché questo era il momento del nostro cane Botto. Ma Botto è morto il 13 maggio di quest’anno. Così all’improvviso, aveva 10 anni.

 

PAOLA
Signori e signore ecco a voi il cane Tom!!!

Paola gioca con Tom offrendogli del cibo in uno strampalato numero circense. Poi su una sedia, dove si è svolto il numero di equilibrismo con il cane Tom, dedica una poesia (“Il sogno del cane Botto”) al cane Botto.

 

Stasera c’è lo spettacolo
non ho voglia di farlo
sono le sei di sera
e il cielo è così blu
che non si può guardare
È febbraio
l’aria è tiepida
il caldo inverno del 2007
Botto tira, tira forte
dove mi vorrà portare?
Forse vuole portarmi via
lontano, lontano
in questa bella notte blu
Lui tira e io lo seguo
il viale è lungo
e ci sono le luci
poi il viale finisce
e le luci non ci sono più
Siamo in campagna
Correggio è lontana
alle nostre spalle
Botto tira e poi corre
io corro ma non faccio fatica
corriamo tutti e due
all’orizzonte la luce è ancora gialla
Arriviamo in un bel campo
è estate
io mi sdraio
e Botto mi lecca la faccia
poi corre a cercare amore

 

STEFANO
La situazione è precipitata la sera del 26, rientrando dal pranzo a casa dei miei siamo passati a trovare Tomaso. Non stava bene, per niente. Siamo andati al pronto soccorso dell’ospedale di San Giovanni. Il ricovero, infezione alle vie urinarie. Fine di quel briciolo di autonomia che aveva mantenuto. Sedia a rotelle, catetere permanente, medicalizzazione. Dottori, infermieri, pannoloni, casa, ospedale e poi casa di riposo, il 14 gennaio Villa dei Ciliegi. Anche in questi momenti tragici questa strana malattia è sempre riuscita a farmi ridere perché Tomaso cambiava il nome alle cose, le biro diventavano “firulli” e il mondo si divideva in contenitori e contenuti, oppure, quasi come in un linguaggio elettronico, in documenti e le infermiere le chiamava sempre “bella passerona”.

 

Numero di Paola, che intanto si è vestita da infermiera”, con il manichino – Tomaso sulla musica di Tom Waits.
Alla fine della musica Paola svela la sua identità e si rivolge al padre – manichino – Tomaso.

 

Non ricordo
non ricordo più nulla
Cosa vuoi ricordare padre mio
Quando la sera tornavi a casa
da fare il muratore e mangiavi
in cucina
e io mangiavo di fronte a te
Quando ti stendevi sul letto
e guardavi in alto
e io ti parlavo, ti chiedevo, tentavo
di spiegare
Quando ti avvicinavi al mio letto di notte
Perché?
E io stringevo forte gli occhi
sperando che te ne andassi
Quando lei mi ha chiesto
“viene a trovarmi?”
Quando lei, oramai niente,
ti ha chiesto aiuto
non ricordare
non ricordare più nulla padre mio
per sempre
fino alla fine
allora finalmente sarai libero

Segue numero della pony Luna con i palloncini, in silenzio. Stefano mostra la pony Luna agghindata con i palloncini che vengono donati a Paola e distribuiti al pubblico, tranne uno che servirà per il numero da lunapark, la carabina e il palloncino.

 

STEFANO
Tomaso è morto il 23 giugno 2008, ma per me è morto la sera di quel 25 dicembre del 2007, verso le quattro del pomeriggio, quando Paola è tornata a casa per dare da mangiare agli animali e io sono rimasto solo con lui addormentato sul divano davanti alla televisione. Io ho tirato fuori il mio quaderno e ho scritto queste parole.

 

Stefano dà il quaderno a Paola, poi si siede davanti alla televisione e la accende. Paola va sul proscenio e legge.

 

PAOLA

Anzola 25/12/2007

Imparare a disimparare.
Aiutarlo a percorrere una strada che non conosco. Una strada alla rovescia. Abbiamo conosciuto la strada dell’apprendere, abbiamo imparato a crescere quando crescere sembrava dolore, adesso quella strada si ribalta e il dolore del crescere era soltanto il dolore del nascere, ma questa via negativa, del disimparare, dello scomparire, del non più esserci è un peso tanto grande.
Sembra di osservare macerie, macerie che avanzano e mangiano gamba dopo gamba, mano, occhio, l’odore di pannolini bambini, la puzza di pannolini vecchi. Ai bambini chiediamo, facciamo sermoni ai cuccioli, mai ai vecchi? Quelli veri? Cosa diciamo, cosa facciamo se non metterli in mani rumene, ingenue, giovani, così giovani da trovare ancora nel denaro una risposta. Adidas, Nike, TV cristalli liquidi, plasma.
A bocca aperta, senza denti, un sonno inquieto, che sembra pieno di sogni. Potrei parlare di un bambino o di un vecchio con le stesse parole, ma l’odore, che non si può scrivere, non lascia scampo.
La stessa strada all’indietro. Non tutti la fanno. C’è chi ha la fortuna di conoscere la sua storia come una linea retta che si schianta … e intanto cerco le parole per imparare ad usare un pannolone.
Usare non significa mettere o togliere, ma accettare, stare tranquillo, perché quel disimparare è in fondo normale, è la strada giusta per tornare da dove siamo venuti e se prima non c’è stato uno schianto, un tumore, una guerra, tutte quelle cose brutte che mai nessuno si augura, è così che va a finire, davanti a una tv che dice parole che nemmeno più riusciamo a comprendere.
E non posso più nemmeno scrivervi una lettera perché mai più la saprete leggere o capire, perché voi fuggite e io non riesco a starvi dietro, andate troppo forte, quando mi sembra di aver capito qualcosa tutto si sposta.
Io che non ho avuto bimbi, che non ho mai cambiato un pannolino, oggi conosco solo la strada del ritorno. Vedo tornare gente che non ho mai visto partire e sento dolore, provo compassione, sono confuso e non so cosa fare. Così scrivo, come un inviato speciale in un paese in guerra, per raccontare cosa succede in questo paese dove non sbocciano i fiori, dove tutto è presagio di morte, devastazione eppure resto di fianco a lui, davanti al televisore, e aspetto che torni Paola che intanto avrà nutrito i cani, i gatti, i coniglietti, le oche, le anatre, le galline, le pecore e la pony.
Anche lei oggi ha pianto sul piatto di tortellini, guardandolo mangiare, lentamente, con uno sforzo enorme, nel tremore tra un sorriso e l’altro.

 

Alla fine della lettura di Paola, Stefano spegne la televisione, insieme servono i tortellini al pubblico e a loro stessi, al tavolo apparecchiato. Il manichino - Tomaso è già sdraiato su una plancia sul proscenio. Paola e Stefano si siedono al tavolo e Stefano dice una preghiera.

 

STEFANO
seminare il grano
bere l’acqua
mangiare il pane
pulire la stalla degli animali
mettere a letto le galline
prendersi cura dei vivi
seppellire i morti
e prima di andare a letto
spegnere la luce

 

Parte la canzone “Lullabay” di Tom Waits. Paola e Stefano mangiano, la luce sfuma fino al buio. Fine.