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Attraversando l'inizio
Giancarlo Sissa
“Qual'è la differenza tra un diario e un verbale? ... Come si fa un verbale?
Come si scrive una pagina di diario!”
(Stefano Pasquini)
prima
Attraversando l'inizio, verso ognuno di noi, a piedi, in silenzio, ai margini di
un campo.
Qui c'è qualcosa che crea futuro.
La morte è un futuro. E il silenzio ha molto a che fare con questo. Il silenzio
non è solo la pausa (la paura) fra un suono e un altro suono.
Spesso resto vivo come aggrappato a un filo di ragnatela, una briciola di pane
mi permette di non morire. Da lì è più facile scivolare nel sogno, e più
pericoloso. Ma il pericolo ha senso solo in relazione al sentimento della paura.
La forma in arte è uno dei modi della paura. Questo ha molto a che fare con la
morte e con la paura della morte.
Il teatro, la poesia, il sacro, sono indimostrabili.
Il dolore superficiale (meglio di superficie) e il dolore profondo io non li so
quasi più distinguere. Il dolore affonda in me come un seme nella terra … butta
radici, stelo, fiore, frutto … splende e marcisce nel mondo, ancora …
incessantemente.
Ogni uomo è un campo.
Il disordine di un campo non coltivato è disordine?
O non è piuttosto ciò che si può intendere con la parola “necessario”?
Il seme seminato ubbidisce?
… “faccio l'abside con i fagioli” …
Il campo è il luogo (il teatro?) di un rito pagano.
Ogni uomo è un campo, una geologia, una geografia.
Erba, steli, semi, spore, sassi, terra, vermi, minuscole gallerie e frane,
larve, uova, insetti, spighe, fiori, tracce, segni … a casaccio?
Forse la volontà ordinatrice è la vera morte, la preoccupazione della forma, la
sintesi velenosa (disboscante) di ciò che vuole ad ogni costo essere “arte” …
Coincidenza di rito e vita … ordinata.
Concepire un'idea … poi non si può tornare indietro … siamo nel centro di una
domanda …mi tornano in mente le parole di una donna meridionale che si era
rivolta a una trasmissione televisiva per cercare il marito che era scomparso da
tempo: “E lui magari cammina cammina cammina per trovare la strada e noi non lo
incontriamo”.
2 luglio 2004 Sant'Arcangelo prova generale
Il giardino della morte
l'orto della morte
l'idea prima e fortissima è quella della sospensione del tempo.
Qui la pianta muore nel frutto. E' un continuo, incessante immolarsi,
trasmettere vita nella morte. Le foglie stormiscono nella parola e le parole
sono foglie … infine le foglie dell'ascolto.
Impressionante il silenzio (una immensa domanda) … viene da stare zitti … quando
la bara viene alzata … il rumore del vento e del badile nella terra … poi le
lastre radiografiche sospese … appese sulla testa della morte impazzita … le
sezioni della malattia (vita anche questa … profonda coscienza) … anche lei qui,
nel silenzio della terra … ma il cielo si riempie di occhi (riposavano fra
l'erba?)
“Dov'è finito il senso della morte?”
“iniziativa agricolo-teatrale!”
“la patatina interattiva!”
I gesti della terra … il silenzio … (il silenzio nel silenzio)
l'alternarsi di silenzio e voce e musica …
nel silenzio cosa c'è? il silenzio spalanca porte … sbatte la coscienza come uno
straccio al vento…
Nel silenzio ci sono i suoni della terra (e gli antichi suoni del mondo, a occhi
sbarrati … sbarrati gli occhi sono aperti … sbarrati soglie e cancelli sono
chiusi … perché?), della morte e della vita (invertire l'ordine dei due termini)
… qui sono molti gli attraversamenti …
“Dov'è andato il pensiero della morte?”
Non la malattia, non la morte scavano … l'uomo scava, cerca il tesoro della
morte … perché dunque tanta tristezza!?
2-3 luglio 2004 notte
Da qui quello che so è l'inventario
dei nomi dell'attesa …
3 luglio 2004 attorno
(colazione in un bar di Sant'Arcangelo con Valentina e Stefano Massari. Li
ascolto parlare. I miei pensieri si abbracciano e si confondono con le loro
parole).
Linea di confine … frontiera … luogo fuori dal tempo
sentimento di sospensione
replay cortocircuitario
Le lastre radiografiche vengono distribuite come ostie: pane condiviso della
malattia … e tutto respira in un suo ritmo …
Il vento soprattutto contribuisce allo svilupparsi di un sentimento panico: il
flauto è l'amuleto? il richiamo? (Gregorio suona il flauto … dolce, non
traverso) … il dio Pan, il panico, la follia emozionale che non dà scampo …
E ancora: il “teatro come macchina che costruisce mondi” … ma L'Estate.Fine è
teatro!?
Su tutto, in me, la nostalgia dell'inizio … impronunciabile …e in effetti le
parole (voce umana e divina) riconducono al reale, per un attimo … poi il
playback fuori sincrono … anzi, non il playback, ma il lamento umano che
soccombe allo sferzante richiamo del figlio di dio (nome di cosa o di persona?)
…la ripetitività…
Gli odori e la realtà sensoriale … gli odori del cibo che cambiano durante le
fasi della cottura … in questo funerale il mondo diventa cibo sotto gli occhi di
chi assiste (l'esatto contrario del mondo mediatico che, ad esempio, non ha
odore) …
E la luce, il sole negli occhi, il cambio della temperatura nel crepuscolo …
centimetro dopo centimetro, sulla pelle …
Ma c'è qualcosa alla fine che non si scioglie … tutto resta sospeso, e
silenzioso … agghiacciato nell'immediato ricordo dell'autoprofezia di Stefano
Pasquini … in sedia a rotelle: incarnazione sacrificale, espiatoria,
scaramantica del dolore e dell'orrore … stremato dal nulla, dal vuoto, verso un
altrove … lì, di fatto, il sole tramonta …
E Maurizio nel suo accudimento rituale … della persona e del cibo … medici e
cuochi, infermieri e camerieri, hanno lo stesso abbigliamento … Paola fantasma
del proprio desiderio e nutrimento materno della fatica … poi tutto si scioglie,
ancora una volta, in un altrove …
Il playback fuori sincrono … insistere avrebbe forse troppo accentuato il
sentimento di irrealtà (o meglio, di realtà “altra”, “ulteriore”) … in effetti,
prima o poi, la parola (teatrale) riconduce alla realtà … è un andare e venire
smozzicato, quasi afasico, un balbettio sul limitare della soglia … la fossa è
la porta – attraversabile nei due sensi – fra lo spazio della rappresentazione e
l'orto della fine … (luogo magico? stanza del dolore? camera delle meraviglie?
ma come San Galgano, a cielo aperto, senza tetto) … qui si è posseduti, dal
panico, nell'esperienza dell'aldilà, in un rito pagano …
Claudio e Gregorio sono spaventapasseri animati da una volontà esterna … la loro
pelle è la pelle legnosa lavorata dal sole duro del lavoro nei campi …
Mais, fagioli, fagiolini, zucche, zucchine, meloni, pomodori, melanzane,
cipolle, aglio, patate, carote, cetrioli … due gabbie basse con anatre e
galline, beate nel loro odore antico … luce, vento, una trinità di bandiere
rosse di cui è quasi inevitabile sentirsi santi nel coro d'una fanciullesca
eresia senza disperazione, un sipario-vela che spinge altrove il campo come
un'isola improvvisa … saranno poi i rondoni puntuali a riportarci tutti dove
siamo … e allora, cosa contestiamo qui quanto a autobiografia!?
… Paola, solo gli occhi restano vivi, perché gli occhi non sono corpo, il corpo
scompare, gli occhi sono luce …
“Il vuoto che cerca nei giorni”
“Basta a ogni giorno la sua pena”
“Dio, comunismo, natura. Strano terzetto”
3 luglio 2004 pomeriggio
Questa comunità non prepara fantasmi … piuttosto se ne libera (e dunque li
libera). Questi uomini e donne stanno nell'ora pomeridiana, nel sole disteso in
vento, nel gioco di gattini fra le bottiglie vuote, nel volo delle mosche
nell'ombra accanto al prato … in attesa del rito … qui non si esorcizzano
orrori, qui si raccolgono e si mondano verdure, si dà corso alla vita delle
piante dal miracolo incessante della terra … qui si guarisce lentamente.
Ecco, so bene cosa non c'è e cosa non si fa … qui non c'è esorcismo, qui non c'è
paura, qui non c'è orrore, il rifiuto del tempo ad avanzare insultando non fa il
nome della noia … scrivo seduto a due metri dalla camera ardente da dove fra due
ore e quaranta minuti si muoverà il corteo funebre del debutto … non c'è
sgomento, non c'è gioco, ma un raccoglimento quasi indifferente … qui non si
recita, qui si celebra e celebrare significa accompagnare, seguire il silenzio,
il modo per scoprire e svelare (per scoprirsi e svelarsi) … qui stiamo in un
lampo del reale che si svela … qui ha luce ciò che incessantemente accade e non
vediamo, o fingiamo di non sapere, o scordiamo d'aver saputo … perché fingere di
non saperlo è più facile … il cuore invece è terra seminata nello sbattere al
vento delle bandiere … qui la vita sconfina nella morte, poi fa ritorno … lo
stato di trance che segue al sentimento panico ne fa fede.
In me si propone questa dimensione del discorso, questa lettura … altre ce ne
sono, con ogni evidenza, distese, in modo più o meno ovvio, su più livelli di
comprensione (e di coscienza) … quello politico, quello artistico, quello
sociale e antropologico e culturale e religioso … riflettere su questo potrebbe
essere assai più pertinente se tutto questo fosse “solo” teatro … e invece tutto
questo non è “solo” teatro …
“Si confondono immagini e suoni di cinema e di realtà” scrive Stefano Pasquini
nel suo diario-verbale preliminare … il problema Pasolini dicono in molti (ma il
problema non è Pasolini!) … di P.P.P. mi torna in mente una esclamazione
straordinaria: “la forza scandalosa del passato” (verificare se la citazione è
davvero esatta, ma sostanzialmente il senso è questo) … ma per tornare lì
dobbiamo compiere lo “scandaloso” tragitto del miracolo incessante: la vita e la
morte … incontrare o riincontrare l'altra (una delle altre) dimensioni di mondo
e vita … questo non richiede la presenza o l'esistenza di dio (i preti non ci
seguiranno e i comunisti ci avverseranno!) … l'uomo basta, in quanto povero
animale, a tutto fuorchè a sé stesso … per capirsi: allora, quanto dio c'è nella
vita e nella morte di una pianticella di fagioli, o di cipolla, o di aglio, o di
melanzane, o di zucchine!? … siamo intrisi di sacro, siamo pagani,
profondamente, nel fuoco di un abisso capovolto che chiamiamo tramonto ci
nascondiamo nell'amore di un dio dispensatore di gloria e miracoli così come di
croci e miserie … ci rifiutiamo di considerare miracolo la vita, il ritorno …
come se il miracolo fosse solo “dalla vita in poi” anziché il vero
“continuamente” della nostra incredulità piagnucolosa …la questione essenziale è
quella della nostalgia! … di cosa abbiamo nostalgia? (e più sosteniamo di non
averne e non volerne, più ci arrendiamo a una paura senza nome che solo prevede
futuro … e prima o poi l'orrore di un futuro senza ritorno) …
Ciò che il sogno ci svela non è passato né futuro … il presente immanente del
sogno è ciò che ne fa la luce, propria e ingiustificata, la sola che mi
interessi, ed è ciò che della nostalgia si svela (altrimenti sconosciuta) orrori
compresi e ipotesi e spaventi … (autobiografia della nostalgia? archeologia!?) …
Altro ancora è ciò che possiamo pensare, e vivere, della malattia (della
malattia che ci vive e ci pensa … su noi sempre in anticipo) … e Paola parla
della gioia possibile anche nella dimensione in cui la vita della malattia ha il
sopravvento sulla vita nostra (nostra!?), almeno come la conoscevamo prima …
allora il twist (de “La ricotta” di Pier Paolo Pasolini) è una risposta e ha una
doppia valenza (almeno doppia): da un lato l'esibita “stupidità” del
divertimento stereotipato e fine a sé stesso, dall'altro la legittima replica al
dolore che invade e allaga il sentimento della fine che ora guardiamo negli
occhi.
“Perché mi tormento? e se fosse tutto così vicino, a portata di mano?”
(dubbio di Stefano Pasquini) … appunto!
Beckett (“Giorni felici”), Pasolini, la Bibbia …
Mi vive la fame, mi vive la sete, e dopo un po' hanno nome di nostalgia …
“Tutto è santo, ragazzo mio, tutto è santo perché abitato. Abitato dentro,
dentro le cose, dentro la memoria”
(Stefano Pasquini, parlando in cucina, sorridendo)
“Così questo è il campo”
(Stefano Pasquini)
(Così questo è il campo – dove viene da tacere finalmente un poco e poi per
sempre – qui senza voce siamo attesi con il sorriso dei non arresi – qui la
pianta del pomodoro stranamente torna al suo folle niente in un silenzio di
vento – né triste né contento – che voi non sentite che vi spartite l'incredula
durezza dello sgomento nella scaramanzia della sconfitta vittoriosa – o gli
occhi della morte senza sguardo o la carezza della sposa che non riposa e la
vita tutta sempre e ancora un poco ai margini di ciò che resta d'altro fuoco –
ma così ancora e sempre questo è il campo – questa la sua buia geografia umana
tanto da sembrare la tua la sua la mia – ma per niente strana e senza malinconia
verso il fondo della campagna e nell'abisso orizzontale della pianura – senza
fatica quasi o nascondigli di paura – e quanto camminare e sostare e sperare e
aspettare … sempre con il sasso del sapere in mano – e qui tornare per scavare
fonda più fonda un'altra fossa … nel tempo umano, allo schioccare d'una bandiera
rossa!)
“A portare la gente in un campo, a provare a guardare le cose con altri occhi, a
guardarle in un altro modo, ti accorgi che non c'è niente di naturale nella
natura. Tutto è santo, in ogni punto in cui i tuoi occhi guardano è nascosto un
dio”.
(Stefano Pasquini, sempre in cucina, sempre sorridendo)
Il sacro è frontale. E' frontalmente ovunque.
La sberla del sacro.
Mi pento. Ho applaudito da solo, come un cretino, per imbarazzo credo, o per
provare a svegliarmi dal sogno, dall'ipnosi. Ma solo il silenzio importava. Ho
stipato un atto inutile nel tempo saturo del silenzio. Un atto, un gesto, che
appartengono a un'altra dimensione dell'essere. Un errore pacchiano. L'imbarazzo
fa sempre sbagliare. Ma cosa mi imbarazzava? Perché ogni cosa meriterebbe una
ricompensa?
Questo campo è stato seminato di tempo. Di tempo e luce. E queste piante, questi
ortaggi, crescono nell'inguine della vita, la rendono vulnerabile nel tempo che
non lascia spazio.
“Sarà il silenzio sonoro della natura … solo che non c'è niente di naturale
nella natura”. (Stefano Pasquini)
E il silenzio è tempo, lampi di luce e sogno, sogno di tempo.
Tre bandiere stanno nella trinità dei fatti e delle opinioni.
“RISERVATO SISSA”
E il sipario è una vela che porta via, che porta verso. E' ciò che alza in volo
il campo. Verso dopo verso anche la scrittura si fa vento, e nel vento si misura
il tempo, suo malgrado.
C'è qui un punto di irradiazione?
Un occhio d'acqua e un occhio di vino. Questo fa la luce della terra, lo
sgambetto nel tempo, l'accesa prospettiva dello sguardo.
3 luglio 2004 sera prima rappresentazione de L'Estate.Fine
La gente sparsa sull'aia, timida, non sa dove stare, cosa fare, a gruppetti
bisbiglianti sotto l'ultimo sole del pomeriggio che annuncia il primo della
sera. Poi, attraversando la strada, il furgoncino romagnolo: “Ma che roba è!?”
strilla il conducente guardando esterrefatto il corteo funebre … poi grida
qualcosa nel tentativo di vendere “prodotti per restare giovani!” … poi di nuovo
il rumore del motorino d'un operaio che smonta dal suo lavoro in altri campi …
Ecco … la scema con il gattino in braccio (con chi parlava altrimenti?
minacciata dall'anoressia darkeggiante) … e quello che con nonchalance stacca un
pomodoro verde dalla pianta e lo addenta come se fosse in una pubblicità del
mulino bianco … e la signora che di nascosto (di nascosto!?) accende una
sigaretta … in ogni caso tutti immobili e muti, subito dopo, davanti alla fossa
… davanti alla soglia … è il passaggio: ineludibile e silenzioso, il varco
proibito e paralizzante, nel sole ora finalmente serale …
Particolarmente irritanti i presuntuosi (quelli con gli occhiali da sole
all'ombra … indifferenti alla qualità della luce così come al silenzio) … ma
soprattutto quelli che si guardano attorno con l'aria saputa di chi la sa lunga,
ha già capito tutto, sa cosa l'aspetta, eccetera … aspetto anch'io, cronometro
quanto durerà quel loro sorrisetto da manager in vacanza (quanto tempo occorre
al narcisismo di un cretino per raggrumarsi nella tumefazione dolente d'una
tardiva consapevolezza? … dio mio, ma in che cazzo di agriturismo sono
capitato!? ) … dalle parole di Paola, e dalle sue quelle del “Vangelo secondo
Matteo”, in poi l'attenzione si fa verticale … il pirla di turno si arrende
mortificato, gli si inumidisce la narice, se non capisce almeno avverte che
stasera lui è piccolo … lo sguardo degli spettatori ripiega le ali, torna in sé,
cerca dentro … qualcuno si commuove …
Flauto dolce, lastre radiografiche … qualcuno le guarda con allarmato stupore …
i più si fanno seri, capiscono cosa stanno scrutando controluce … sezioni di
vita malata …
Non tutti però, tre con un cartellino giallo puntato sul petto ridacchiano
ancora un pochino … lei finto-carina, lui finto-intelligente, con al seguito una
bombola del gas loro amica … tre stagisti!? tre dell'organizzazione!? … lo so
che non si deve fare, ma la caruccia lancia uno sguardo incuriosito a RISERVATO
SISSA, ne approfitto, sono una tigre, la fulmino con uno sguardo laser tagliente
di disprezzo … ci resta di merda, non ride più, s'inzucca col pistolino che
seguita a bisbigliarle stronzate all'orecchio, poi capisce anche lui … la
bombola del gas aveva già presagito, guarda Paola in silenzio …
Oltre la rete dei pomodori, controluce, nel sole che fonde in buio, Stefano
continua a scavare la fossa scendendo piano piano nella terra …
Maurizio che spinge Stefano seduto nella sedia a rotelle, Paola che lo imbocca …
sono un duro colpo, qualcosa di realmente tremendo (da pelle d'oca) … è un fatto
che sessanta persone sono rigide, raggelate, col collo teso e percorso
dall'energia del vuoto degli occhi di Stefano … all'improvviso il sole crolla
dietro le cima del mais, in un istante il freddo è reale, misurabile …
Le nuvole! lo stacco di “Romagna mia” e il gelo … poi entra Marta sorridente …
la musica impallidisce, perde brio … la gente è agghiacciata e quasi stordita
…paura? consapevolezza? … sono immobili e perplessi, come se si stessero
svegliando … qualcuno si alza dalle panche, accetta il bicchiere di vino
offerto, il piatto con la piadina, le verdure, la salsiccia … pochi accennano un
applauso … l'atmosfera è surreale, hanno la morte nel cuore, si vede, ma
accettano il cibo, vi si aggrappano quasi, tornano in vita …
Valentina mi informa che un tipo, avendo letto RISERVATO SISSA sul mio banco di
lavoro e dopo essersi consultato con la fidanzata, ha deciso che io sono la
cassa del mercatino che Paola e Maurizio hanno velocemente allestito con una
bilancia e due cassette di ortaggi … più tardi verrà il direttore del Festival
in persona a chiedere cos'è SISSA … “lui” gli risponde indicandomi Valentina,
“io” aggiunge il sottoscritto con convinzione …
A fatica la gente recupera la sua “normalità” (diciamo così) …ciò a cui hanno
assistito comincia a lavorare in loro … per lo spettatore la soglia vera, il
varco di buio luminoso si presenta adesso, alla fine di tutto …
Così le voci restano a lungo sommesse e bisbiglianti … le dinamiche dei rapporti
interpersonali stentano a ripartire … si direbbe che le persone accusino il
silenzio come si accusa un pugno nello stomaco … solo un tipo fischietta come a
farsi coraggio … il silenzio, del resto, ai nostri giorni, è pericolosissimo … o
no?
Però – fra le righe – non ho ancora deciso se sentirmi anche un po' ridicolo
dietro la scritta RISERVATO SISSA … credo che il mio sguardo accigliato e cupo
contrasti non poco con il cartello.
4 luglio mattina
Serata al CIRCO INFERNO CABARET … tutto ciò che accade sotto un tendone da circo
e non è circo …
La “felice” convivenza di esibizionismo pseudopornografico e di comunionismo e
liberazionismo! et voilà la Romagna notturna … corpaccioni sudati maschili in
camicia bianca o canottiera e schiene femminili incartapecorite dal sole
rivierasco … l'impasto di creme emollienti e secrezioni sebacee … un cileno che
mastica immobile a bordo pista un improbabile kebab con una salsa verdina
rappresa agli angoli della bocca … cassiere (vere queste!) simpatiche come
schegge sotto le unghie … un disperato comune disperarsi nel tentativo di essere
riconosciuti, nella migliore delle ipotesi per quel che non si è … un bel po' di
gente che non sa organizzare un discorso elementare … i restanti che, quando ci
riescono, non sanno perché l'hanno fatto … (seduti, un po' scocciati, a un
tavolo con una bottiglietta di tè freddo mentre gli altri tracannano birre e
ballano ridendo si ascoltano davvero un bel po' di minchiate … invidia? mi
domando scorgendo fra la folla altri volti afflitti come il mio … no, mi
rispondo, Valentina, Stefano, Maurizio, Barbara, Gregorio, Claudio ballano
scatenati e si divertono, Marta e Vaia parlano vicino al bancone delle birre …
sono contento per loro, sinceramente, e anch'io prima ho osservato la situazione
con curiosità e acceso interesse … no, non è invidia, direi piuttosto mal di
testa … il mezzo metro quadrato che mi sono guadagnato nella calca è battuto con
l'implacabile precisione d'un bombardamento “alleato” (!) da un faretto
stroboscopico inquietante come un elettroencefalogramma e la musica non mi
sembra granchè (ma in compenso è a un volume appena tollerabile) … insomma
invecchio a vista d'occhio, semplicemente …).
Ma soprattutto, e senza spirito polemico, non so conciliare in me L'Estate.Fine
con tutto questo … non sarà mica che sentirsi sempre più anarchico e pagano
significhi per me anche diventare sempre più stronzo!? no, mi rispondo ancora
una volta, un po' stronzo son sempre stato.
Un disk jockey (sarà ben una parola cretina!? e del resto come si potrebbe dire
in italiano!?), un barman ( un barista!?), un assistente cuoco.
Scrivo ascoltando. Il problema dei teatranti è fare un lavoro inattaccabile dal
punto di vista formale, drammaturgico e stilistico … ciò che accade davvero solo
se te ne freghi … e lavori sull'illimpidire?
Gli stivali di gomma, da campagna.
Nel varco s'insinuano sogni, in successione, lentamente … in lenta e tremenda
consapevolezza si faranno vita nel ricordo degli spettatori e la domanda sarà:
quale morte? o meglio, “dov'è finito il pensiero della morte?”.
Fabio Acca fa un'osservazione interessante su un quotidiano ragionando di
“ciclicità stagionale a ritroso” … appunto molto terrestre! … ma a staccarsi
dall'idea di mondo come “solo” possibile l'idea di ciclicità (assoluta) a
ritroso è ciò che in realtà si avvicina di più al vero … il passo della morte
(nella morte) non è in avanti (come tutte le religioni rivelate pretendono di
sapere!) bensì a ritroso, verso l'origine!
4 luglio 2004 seconda replica
La camera ardente. Un funerale dove non si conosce nessuno e nessuno si conosce.
Qualcuno si domanda chi è morto!? Un funerale senza parenti. Quattro
becchini-spaventapasseri. Il sentiero di polvere bianca e sassi. A sinistra il
fosso e il mais che si annuncia. Svettano tre bandiere rosse. A destra un filare
di piante da frutta che non riconosco. Così si svolge il corteo funebre che
attraversa un ponticello di legno dove un gelso lascia cadere le sue bacche
acquarellate. Poi la porta fittizia, il cancello sul nulla. E oltre, lo schiaffo
delle foglie del mais che cercano gli occhi e la gola … il cielo si chiude nella
vegetazione e si procede immersi nel verde come nella trance leggera che precede
il sonno, verso l'orto, pozzo di luce … spazio magico dell'allucinazione … dove
Paola accudisce fiori e piante e frutti in silenziosa scomposta pazzia …
Anche stasera nessuno entra … no, uno è entrato (più tardi ci parleranno di lui
come di un “originalotto” che in effetti, passando accanto a Paola le dice
“condoglianze signora!”) … e dopo poco due, tre, gli altri, ben attenti a dove
posano i piedi, con precauzione, come fossero equilibristi su una corda, sul
ciglio del baratro, sulla linea di confine … “lo scopo è il divertimento!” …
Qualche foglia di pomodoro invade la pagina bianca del quaderno … profuma in
silenzio dopo il twist …
Anche questa sera, a pochi passi, l'immancabile coppia di idioti, lui e lei,
magri, abbronzati anzichenò, polo bianca a maniche lunghe, inconsapevoli, quasi
teneri nella loro stupidità … comunque nel rispetto della percentuale prevista
dai manuali di psicologia sociale (eh, le dinamiche di gruppo … deserti del
comportamento … sacrificio dell'anima … ogni gruppo è rappresentativo di sé
stesso e di ogni altro) … non si accorgono praticamente di nulla di ciò che
accade … leggiucchiano, parlicchiano, ridacchiano sommessamente … per loro il
silenzio è lo spazio di tempo in cui ricordarsi di spegnere il cellulare
(speriamo!) e annusarsi l'ascella (giusto così, per valutare quanto possono
osare) … ovviamente indossano occhiali da sole che non toglieranno nemmeno
quando il sole sarà tramontato …
(mi hanno raccontato una volta di un tipo che per puro spirito d'esibizione, in
una discoteca molto “in”, ha saltato, salutando le amichette con un ammiccante
“ci vediamo dopo!”, la balaustra del primo piano precipitando sulla pista da
ballo … sei metri più sotto … gli occhiali scuri non gli avevano consentito
l'esatta valutazione del balzo)
“Era tanto che non sentivo un piacere fisico così acuto” (Pier Paolo Pasolini
con Ninetto Davoli, rubando mele dall'albero).
“Chi ha combattuto, più male sopporta i giorni di pace. Siamo fatti così noi
uomini, povere bestie” (Pier Paolo Pasolini).
E la fossa che Stefano scava è sempre più profonda!
Flauto e consacrazione dell'ostia nera e traslucida delle lastre radiografiche …
pane d'altro … pane per l'assenza di corpo …
Da lontano la lastra che Paola scruta in controluce ha il riflesso d'un tramonto
marino con uccelli in volo come lo si potrebbe trovare stilizzato in qualche
stampa giapponese …
Tutto comincia a raccogliersi in una innaturale compostezza … ogni pensiero si
fa lettera, messaggio, missiva … verso sé e la propria paura … anche la danza è
meccanica e stereotipata … au ralenty …
Claudio nel suo ruolo di imbonitore da fiera ha, a tratti, la voce di Luciano
Rispoli!
Secondo giro di cadeaux del campo (nelle repliche successive diventeranno
“souvenirs” … non tutti conoscono la parola “cadeaux”) ma stasera niente
ballerine …
Il corpo scompare nel semicerchio egizio che prelude al bianco della dissolvenza
ospedaliera … davvero nel regno dei morti sarà dato ricordare soltanto il
chiarore latteo dell'abbandono?
La fatica reale (e dolorosa) di Maurizio che spinge la sedia a rotelle di
Stefano … è una delle immagini (religiose? sacre?) dell'umana pietà … e le
lacrime di Paola, sono arrese? sono sconfitte? o sono ciò che ci resta da
sperare? … lo sguardo di Stefano è via, davvero via da … in un oltre fatto di
tutti i “qui” che il sogno si lascia alle spalle e che non avremmo nemmeno
saputo immaginare senza questa consapevolezza … attraversare l'inizio è
necessario, eternamente …
Il pubblico si piega su sé stesso, ognuno è in sé nel sole che tramonta, nella
brezza che raffredda il collo, la pelle delle mani … persino l'invadente
operatore RAI è rimasto agghiacciato, quasi immobile, come non sapesse che fare
…
Fra il pubblico facce bellissime, stremate, molto intense … in particolare un
signore quasi anziano, calvo, con gli occhiali, accento meridionale … commosso e
ammirato … s'è guardato a lungo le mani posate sulle ginocchia prima di alzarsi
e accettare il piatto con la piadina, strano gli è parso nell'immediato quell'improvviso
pane della vita … come lui altri, molti altri, che non riuscivano a guardarsi in
faccia …
Marta, l'immagine della Romagna che “scorre” sull'erba portando il suo cesto di
piadine … e quanta fatica le costa, mi confessa, quel sorriso imposto e previsto
dal “copione”… ma è la sua figura che riporta “alla vita” i presenti, in un
respiro condiviso …
Poi, la voce del Gesù pasoliniano (Enrico Maria Salerno) e la “Passione secondo
Matteo” di Bach ci vengono dal folto di mais nella sera …
Anatre e galline presiedono al tutto. Vigilano su noi, accanto a noi …
4-5 luglio 2004 notte
(Valentina addormentata, io leggo )
Ripensando alle cose dette da Stefano Pasquini. Il tempo si sospende … è
sospeso, abolito, cessa di significare … serie di passaggi: crepuscolo,
ponticelli, fase REM del mais … e di attraversamenti (la gente se ne accorge?
probabilmente non subito) … luce immanente alle cose (quali cose!?) proprio come
nel sogno … e allucinazioni (visive, auditive, olfattive … in fondo ipotesi, o
tentazioni, percettive) … cosa determina questa dimensione allucinatoria? … la
stessa etimologia del verbo allucinare (dal latino “alucinari”) è … incerta!
5 luglio 2004 Bologna
L'idea, prima notturna poi pomeridiana, di pensare “dieci domande da parte di un
poeta agli esperti di teatro che scrivono sui giornali” … forse aiuterebbe un
po' a chiarirsi rispetto a cosa si intende con termini come “bucolico”,
“attore-contadino” e via discorrendo.
Appunto laterale a prima
La terra e il mondo e la storia a me sembrano miracoli sufficienti. Automiracoli,
in un certo senso, vale a dire senza divinità certa. Il miracolo è intuitivo e
indimostrabile fuori dalla sua evidenza. Il miracolo semplicemente è!
6 luglio 2004 Bologna
Non riesco a non pensare a L'Estate.Fine, e non solo perché scrivo – nessuno mi
costringe – piuttosto è come se fosse in me … è come se la rappresentazione
della sera coincidesse con l'idea del mattino … quello che non ricordiamo più …
fintanto che non ce lo troviamo di fronte, ed è sera! … dentro te non c'è più il
tempo … ma la fatica di tutti.
7 luglio 2004 Macerata
Va bene, siamo qui a leggere poesie (io e Stefano Massari) in una rassegna di
prim'ordine, in questa città chiusa dalla pietra alta delle case arrampicate su
un colle … e dunque, in realtà, circondata dal cielo e dalla luce … di tanto in
tanto un refolo di vento si arrampica lungo le vie strette, senza auto,
motorini, autobus … e il silenzio mi riporta sul campo sfinito dalla sera … mi
viene la tentazione di dirlo al giornalista che ci intervista – dirglielo in un
orecchio, scostando microfono e telecamera – bisbigliando: “silenzio, ragazzo
mio, tutto è sacro …”.
8 luglio 2004 Sant'Arcangelo
Un ombrello parasole bianco scivola lentissimo sulle cime del mais. Sembra solo.
Caldo, ma vento … e da appena fuori lo spazio della “festa” il fumo che si alza
dal braciere è quello della cucina di Mangiafuoco, quello di una cucina
infernale dove si vanno a cucinare le nostre (di ognuno) effigi burattinesche …
e l'odore della carne che cuoce non soccorre, non rianima …
Una tipa si volta a guardare le anatre, poi si annusa l'ascella! … lei e lui
sono forse i due che lungo tutto il corteo funebre hanno parlato di cibi
naturali!? … cipolle, fagioli e verdurine fritte … per poi terminare la loro
conversazione – tutto sommato abbastanza surrealistica nel silenzio del funerale
– con la reciproca domanda: “ma qui si mangia?” …
E sono quelli che si riempiono la bocca di dio … ma io non sento se non la loro
voce, strada facendo e l'uomo è poi questo … si!?
Cosa dice Stefano, sottovoce, a Gregorio, Maurizio e Claudio, ogni volta,
davanti alla camera ardente? … nel vento del campo ogni cosa arde a suo modo: il
fuoco, il sole, la voce di Maurizio che legge Pasolini …
Il rumore chiotto, quasi soffice, delle anatre che beccano il mais dalle
ciottole e scuotono la testina ingozzandosi … è un pubblico particolarmente
serio e concentrato quello di stasera, attento ...
Ancora la frase straordinaria … “basta a ciascun giorno la sua pena” … che
traduzione meravigliosa! di chi? … e il vento che frusta i fogli bianchi su cui
vado scrivendo, escludendo, scegliendo, lettera dopo lettera, nel profumo delle
cipolle, l'intenzione del buio …
La faccia di Maurizio che distribuisce l'ostia … è scolpita nell'aria: pietra,
legno e occhi che avanzano ardendo nel gesto antico di una sola figura dolente …
… “i perni della festa e del divertimento” … che si replicano in modo
completamente avulso dal contesto … addirittura “le ballerine” (inesistenti) e i
souvenirs … nell'audio un po' di riverbero, forse voluto …
Quando Paola imbocca Stefano c'è chi non riesce a guardare, il dolore è acuto e
reale, molto concreto … tanta strada ha fatto per raggiungere questi occhi, qui
davanti distesi come un campo d'infinito … merita riposo anche il dolore, un
poco di nutrimento …
Ma il pubblico non può più vedere, Stefano uscito dal centro del campo, i suoi
occhi altrove … il suo sguardo è luce minerale che torna alla terra … e di terra
s'impasta come in una nuova promessa, il mondo di spalle …
“Romagna mia” è l'inferno della pazzia …
La “macchina teatrale” questa sera è stata perfetta, l'altalena emotiva
straordinaria … in un evento che non prevede applausi …
Tutto riparte sottovoce, lentamente ritrova il suo ritmo …
dopo
L'orto sarà abbandonato. L'orto finisce, diventa giallo, marcisce, torna terra …
aggiungendo l'uomo il suo lavoro (l'idea, il pensiero) sembra impossibile che
anche questo finisca … e invece finisce … e poco importa (anzi nulla!) che
l'uomo attribuisca al suo pensiero un potere (e forse una convinzione) magico, o
sacro … finito lo “spettacolo”, fattosi buio il campo, resta comunque il sentire
di quanto è accaduto, come se qualcuno restasse a spiare fra le foglie …
“Tutte queste cose lasciate andare in fiore!” dice una signora osservando tombe
e aiuole di cipolle e zucchine … e ciò che prelude allo sfacelo …
Allo sfacelo del nuovo mattino.
La mano posata sulla pagina, copre la scrittura, chiude il quaderno nel pudore
della fine.
9 luglio 2004 pomeriggio
Inizia il pomeriggio con Marta che mi legge alcune cose scritte su un quaderno
che porta sempre con sé (o forse questa è solo una mia illazione), ascolto, sono
note di diario, più o meno rapidi incisi, brevi lampi e sgranate intuizioni ...
le chiedo di trascrivere alcuni passaggi sul mio quaderno ... li ho qui davanti
ora, non farò citazioni …
Poco dopo si prepara già Volterra … già in ritardo!?
Mai visto tagliare le cipolle felici!? … fuori dalla finestra il sole scioglie
onde di vento … è l'ora ipotetica di un breve riposo … a fiori e rami sfolgora
il sale dell'aria e ciò che del mare qui perviene … una sparsa malinconia e poco
altro …
In che direzione è il mare?
E procedendo, di camomilla in camomilla, in questa sospensione di tutto che per
altri è quotidiana (io in fuga costante da Bologna e non solo) visto che sono
ospite in una casa che qualcuno ha costruito accanto ad altre e fra campi
coltivati e stesi e distesi sotto una luce incendiata dal vento, dal cuore
occulto del tempo … e procedendo dunque, ma sì, va bene la poesia … però le
parole cercano altri modi, altre forme, altri comportamenti … una verità fresca
e antica … più aderente in ogni caso a ciò che qui si svela (e quando dico “qui”
parlo ovviamente della spiaggia di quest'isola greca e del riverbero acquoso del
delta del Tago, ma anche di Giglio Porto e dei bastioni di Otranto, certo, e dei
molti passi della geografia del tempo, della geologia del campo, e anche
dell'idea dell'estensione che ripensata di terra fa luce, della paglia ritagli
di cielo, della voce una tazza dove bere il tè della sera … sempre scrivendo) …
perché in me va organizzandosi un incontro di desideri come il discorso di molte
ipotesi fra loro, e solo di una cosa le prego: “non mettetevi d'accordo! non
concertatevi in una sintesi! lasciatemi un poco di mare, e che si muova
incessantemente, come l'erba stanotte!” …
Su questo tavolo, dove scrivo rubando spazio al lavoro, fanno festa le mosche
della scrittura … fra patate, cipolle, peperoni … e in volo le tiene il battere
del coltello sul tagliere nel suo Flamenco, la mezzaluna minerale nella sua
altalena, lo sbuccino mancino di Claudio che fa le patate scivolose e luminose
come pane nella penombra della stanza … pane ripulito dalla terra per la fame
della storia … e una terza ne vola oltre la sedia come in una comica americana …
E così il fuoco sotto il pentolino dell'acqua, caldo su caldo, a onde, a
manciate e nel respiro … sicchè, di che sfinita tristezza siamo fatti infine,
dal primo all'ultimo, che dirigiamo sorrisi a colpo sicuro (e senza colpo
ferire) a un andirivieni di ciabatte senza scampo, e gonne e calzoncini? … è un
gioco, il solo necessario!
Si va facendo, per quanto mi riguarda, la poesia un gioco … arreso. Ho voglia e
bisogno di una scrittura, diciamo così, “applicata”. Ma, applicata a cosa? Non è
già la poesia scrittura applicata alla vita (e qualche volta anche viceversa?) …
applicata alle cipolle, ai gesti infiniti delle mani, all'odore dei detersivi
per pavimenti nei sottoscala delle palazzine di periferia (è così che l'infanzia
riprende il sopravvento, come una mattina d'estate in canottiera, senza scuola …
è così anche che descrivo la scrittura felice!), applicata all'idea di teatro
che continuamente invento e alla voglia di parlarne ancora un poco, applicata (e
con rigore) a ciò che non conosco, a ciò che non ho riconosciuto durante mille
incontri, al battere del Flamenco i fianchi del pianeta, alla possibilità che
hanno gli atti (i più miseri e poveri e impalpabili) di creare futuro … e
incontro. Altrimenti è la tristezza rancorosa, un inseguirsi e rivaleggiare di
mosche (e solo talvolta in volo!).
Vivo una domanda … non mi abbandono e non abbandono, sono esule, mi sembra
giusto diffidare almeno un poco della mia stessa parola … come si fa piccola,
del resto, la parola di fronte all'orologio, o se si alza il vento.
All'improvviso sono le diciotto e venticinque … e devo ancora fare la doccia!
altrettanto all'improvviso spariscono i miei sandali tedeschi … dove sono? chi
li ha presi? inizia lo strano caso dei sandali scomparsi!
Al frutto basta l'esiguo riparo della spina.
La luce cadente … e le foto, a “spettacolo” iniziato, di una signora che,
evidentemente non può proprio farne a meno … piazza dei miracoli!? … o la
distrazione di anatre e polli … ma cos'ha in testa la gente!? … sono stanco … e
ancora fotografie … che palle!
Causa smarrimento sandali sono nel campo con le infradito per la doccia …una
rapida occhiata alle calzature del pubblico di questa sera e mi scopro, del
tutto casualmente, più alla moda di quanto sia mai stato in vita mia!
Molto vento stasera e il vento gira verso RISERVATO SISSA dove questa volta sono
solo (durante più repliche ho avuto accanto Valentina, Mariangela, Raffaella e
d'un soffio m'è sfuggita Marta, la figlia di Maurizio!) … è un fatto che il fumo
avvolge e quasi soffoca alcuni spettatori … Maurizio sembra leggere con un po'
di fretta (qualcosa di imprevisto accade in zona salsicce!?) … non so perché ma
mi viene da pensare a Urbino, con Valentina, cosa hanno in comune due situazioni
così distanti fra loro? forse la luce – incredibile quella di oggi – quasi che
il cielo avesse aperto una finestra speciale su Sant'Arcangelo …
Adesso una tipa biondastra si è alzata per venire a fumare praticamente sul
“mio” tavolo di lavoro … non dico nulla, ovviamente, osservo … forse ha persino
ragione di fumare proprio adesso … potrei farle segno, farla accomodare un
attimo … ma non ne ho voglia … quella delle foto invece continua a guardare le
anatre … avrà capito dove si trova e perché!? … (carino questo agriturismo!) …
E poi la magia di certi “posti a sedere” … ce ne sono due, proprio di fronte a
me, dove infallibilmente si siedono solo donne giovani … in tutte queste sere
non ci si è mai seduto un uomo, una donna anziana, un bambino … solo donne
giovani, quasi sempre molto belle … (ovviamente fra le due “estremità” della
questione non c'è alcuna relazione: il mio posto è fisso – il mio banco di legno
con inginocchiatoio inamovibile – e chi si siede nei due posti “magici” non sa
che lì prenderò posizione proprio io!) …
Adesso il vento è cessato, all'improvviso e totalmente … ora riprende … da due
giorni il sole cala più velocemente … più tardi dovrò fare un appello alla
comunità per i miei sandali …
Resta ancora un po' di cielo per queste persone in silenzio … affondano le loro
radici in un tempo che forse non sapranno dire …e le radici sono altro cielo …
La testa ciondolante di Stefano … il traballare della sedia a rotelle sul
terreno erboso e sconnesso … molti spettatori non ce la fanno a seguirlo … hanno
troppa voglia e paura di piangere … gli si spezza in gola il vetro della voce …
il sole cala, incredibilmente, come ogni volta …
Come ogni volta niente applausi … solo la lenta marcia incerta verso il cibo …
poi due bambine giocano con le galline … una ragazza grassottella che si è
macchiata la gonna col vino riordina piatti e bicchieri … ha una faccia
buonissima …
Voler spiegare - dare ragione del perché – significa fallire il compito di luce
…
Aveva ragione Paola, è venuto freddo …
Ci sono persone dal sorriso bagnato … vanno nel mondo come se ridessero
piangendo … sono l'immagine della compassione!
… ehm, lo strano caso dei sandali ritrovati!
11 luglio 2004 Sant'Arcangelo
A proposito di un po' di stronzate sentite e lette …
Autobiografia e agriturismo (una nuova guida turistica, magari “alternativa”!?)
…
Essere contadini e ragionare, o meno, per ruoli …
E se dal mondo si potesse d'incanto togliere la guerra, davvero quel che
resterebbe si potrebbe chiamare pace? (e su questo mi piacerebbe davvero sentire
qualche risposta!) …
Il guaio, mi sembra di poter dire, è che in genere riguardo il teatro (ma non
solo) chi ne scrive non è chi lo fa e chi lo fa non è chi poi lo racconta sui
giornali. Sicchè si verifica, fra i due estremi della questione, una
ineliminabile sfasatura, una distanza per certi versi necessaria, ma nella quale
troppo spesso trovano il modo di insinuarsi, affermarsi e scriversi le peggiori
stereotipie (cose tipo: gli attori-contadini, gli agriturismi, gli
autobiografismi, eccetera … un po' come quando, relativamente alla pittura,
tanto per fare un esempio, si sente parlare della “poesia degli acquarelli”, e
simili), il tutto a diverso titolo e più o meno in buonafede. Questo anche
perché se il teatro non è (nel momento in cui, per scelta consapevole, non vuole
esserlo) un prodotto, un bene di consumo (e in quanto tale prevedibile e
riproducibile nell'ambito di una avvenuta “identica identificazione”!) …insomma
se il teatro vuole invece provare ad essere un evento unico e irriproducibile,
ecco allora che la collaborazione dello spettatore diventa un fattore centrale,
sia da un punto di vista intellettuale che emotivo, purché si attivi nell'ambito
d'una comune consapevolezza … vale a dire che le cose “finiscono” (dopo, l'orto
non ci sarà più, appunto, e non solo “naturalmente” – che in questo caso sarebbe
sinonimo di “ovviamente” – ma in modo sacro … il che induce, o dovrebbe indurre,
la domanda: come mai adesso c'è?). Quando ne L'Estate.Fine il silenzio viene
letto e interpretato (per fortuna solo da parte di qualcuno) come un “nulla”
teatrale, o come il momento in cui spegnere il cellulare o bisbigliare qualcosa
all'orecchio del vicino o ancora, visto con i miei occhi, toccare il culo
all'amichetta seduta accanto, non solo si dimostra di non capire una delle
regole base di ogni evento (e cioè che, volente o nolente, ogni cosa è
significante), ma si testimonia implicitamente la immensa nullificazione in atto
(del sentire!?) e il processo di cretinizzazione in cui siamo tutti coinvolti,
lo stesso che vorrebbe fare di noi una specie di turisti permanenti della nostra
stessa vita alla intensità della quale cerchiamo in tutti i modi di sottrarci in
nome di una svagata eterna giovinezza dalla quale la “cosa” (qualsiasi cosa)
complessa o dolorosa viene puntualmente esclusa, espulsa … ecco allora la
facilità senza spessore dello stereotipo, del pregiudizio (dell'agriturismo
autobiografico!) … il “vuoto” non viene letto come componente essenziale della
vita e della morte (e anche del mondo, del tempo, della natura, di dio, della
coscienza) proprio perché abbiamo ormai quasi completamente perso la capacità di
sostare nell'indeterminatezza dell'attesa d'uno svelamento, dell'aprirsi di un
varco (fra le foglie di mais così come nella nostra coscienza e consapevolezza …
e sì, forse ci sono le bisce nel campo, sicuramente ci sono insetti, proprio
come nei nostri cuori … si chiama agriturismo questo? è una bella scampagnata?
cosa c'è di bucolico nel celebrare il rito della morte della nostra ignoranza?).
A tutto questo la preoccupazione esclusivamente formale e ideologica tende a
reagire con uno snobbistico intellettualismo “di difesa” (questo sì omologabile
e facilmente riconoscibile!). D'altra parte se nel silenzio, nel vuoto,
nell'attesa, chi partecipa non lascia fondere le proprie monolitiche resistenze,
i propri pregiudizi, in una colata di stupore (il solo in grado di depurare
scorie inurbate e accademico-demagogiche) e se solo a qualcuno “non” sembra
ovvio che un campo di seimila metri quadrati sia diventato, lungo mesi di
lavoro, un teatro, un luogo sacro e incantato dove le pareti del tempio sono
piante di mais, l'abside un'alzata di fagioli, il tabernacolo un frigorifero
funzionante (sempre in mezzo ai campi di mais c'è un frigorifero funzionante, o
no!? … in che agriturismo andate voi di solito!? … non ce l'hanno!? significa
che non sono attori-contadini!) e via discorrendo … se solo ad alcuni, dicevo,
questo non sembra ovvio, cosa dobbiamo pensare? quanto abbiamo perso, tutti,
(critici e non critici, giornalisti e non giornalisti, poeti e non poeti,
eccetera) in termini di capacità di ascolto, incanto, desiderante stupore? …
quanto siamo arresi (senza saperlo) e ormai avvezzi a delegare supinamente ad
altri (sacerdoti!? psichiatri!? “matti di paese”!?) tutto quanto è impossibile
quotare in borsa o tradurre in spot pubblicitari. E quando tutto ciò che accade
in un campo viene definito (purtroppo senza ironia) comunque “agrituristico”,
quando tutto ciò che con sapienza e lucidità viene evocato, suggerito o
enunciato in termini di “esperienza” (lo ripeto: ESPERIENZA!) viene tacciato,
costi quel che costi (compresi nomi e cognomi dei morti d'altri e, cronometro
alla mano, i tempi necessari a una sufficientemente articolata elaborazione del
lutto! … ma, magari si esprimessero così certi giornalisti che invece non
conoscono nemmeno ciò di cui pretendono parlare e ciò che pretendono addirittura
di “spiegare”!), come “autobiografismo”, cosa dobbiamo rispondere? che di cosa
sia realmente e positivamente il “pensiero autobiografico” gli specialisti del
teatro non hanno la benchè minima idea!? e allora me la prendo io la libertà e
la responsabilità (“oh, struggente bellezza del creato!”) di dire (non spiegare
o insegnare) qui, in questo luogo inopportuno (oh, meraviglia dei luoghi, dei
pensieri e dei diari inopportuni!) di cosa è fatto il “pensiero autobiografico”
… che altro non significa se non la dura consapevolezza di non potersi
umanamente sottrarre all'urgenza e alla necessità ineliminabile d'ascoltare,
accudire, testimoniare la ricchezza e la complessità della molteplicità di
dialoghi in atto in ognuno di noi dal primo annunciarsi della coscienza
(individuale, collettiva … è davvero così facile distinguerle e tenerle
separate!?) fino alla morte (forse … perché del poi sappiamo davvero pochino!) …
un dialogo che i molti “io” (privati, sociali, collettivi, memoriali, culturali,
eccetera eccetera) che compongono il nostro essere intrattengono fra loro senza
soluzione di continuità fra i due estremi della pazzia e dell'identità (nel
primo caso ci espandiamo psicologicamente fino a non esistere più in modo
definito (e come insegna l'esperienza dell'arte non è sempre, questa, la
peggiore delle ipotesi), nel secondo un “io” che gli specialisti definiscono “io
tessitore” raccorda e cuce fra loro le molte voci dell'esperienza, del sogno,
del ricordo, del desiderio, della realtà!). Detto questo, cosa può essere
definito come non autobiografico? Persino Mondrian e Malevic lo erano in modo
disperatamente disilluso, e se tutto questo non si sa (o si fa finta di non
saperlo) e non si considera, chiaramente il silenzio (l'apparenza del silenzio e
il suo manifestarsi) diventa insignificante … e già sarebbe comunque amaramente
preferibile alla voce del pregiudizio e della malafede.
Insomma, cosa intendiamo pronunciando la parola “autobiografia” (in teatro così
come in poesia, eccetera)? potremmo provare a chiarirci.
Una prima suggestione polemica: l'autobiografia “individuale” è misurabile
economicamente e questo la distingue da quella “collettiva”! (suggerimento di
Maurizio).
La bocca è la stanza dell'uovo … e questo spiega la ricchezza del silenzio!
Raccontarsi … discriminanti cruciali sono la buonafede o la malafede.
Raccontarsi è un comportamento (come fare poesia o teatro) … etico!
Sant'Arcangelo ultima replica
Mentre le nubi buie di un temporale aprono il loro libro nel cielo sopra il
campo … una tomba per ogni ortaggio, a vista, esposto lo sfacelo en plein air …
Appena “entrati” e seduti, le prime gocce … piano, fini, per un po', poi più
forte … ma c'è il sole e un forte vento piuttosto freddo, quindi … cuffietta di
lana!
“Ci abbandoniamo agli atti graziosi …” … e fine della pioggia, più o meno … è un
bene che di tanto in tanto qualcuno abbia approfittato dello spazio RISERVATO
SISSA … l'assenza si è fatta ospitalità e compresenza …
La carta si bagna mentre scrivo, è uno stress che la renderà croccante una volta
asciutta … è la prima sera che non porto con me la giacchetta impermeabile,
ovviamente … e intanto il flauto incerto …
Prima, davanti alla fossa, il twist … tre volte replicato e un tipo fra il
pubblico, con le mosse a scatti di un pupazzetto a molla, ogni volta a ballare
salvo immobilizzarsi completamente al tacere della musica per poi di nuovo
ripartire, con le stesse mosse, in particolare della testa e delle spalle, in
modo spaventosamente automatico, come se la musica lo animasse a prescindere
dalla sua volontà … lo stesso tipo era entrato quasi correndo nell'aia come se
stesse inseguendo qualcuno o qualcosa, poi si era tranquillizzato e si era,
diciamo così, dato un contegno … ma, ai piedi della fossa, eccolo applaudire a
Claudio che invita ad entrare …
La luce gialla sulla buia coda del temporale … l'atto del nutrire commuove … la
sedia a rotelle è una barca che ondeggia verso la morte sul prato luminoso …
“Sant'Arcangelo di Romagna, l'acqua piove ma non bagna! … lo dicono davvero!”
(Stefano Pasquini, terminata la rappresentazione) … in effetti è andata proprio
così!
Ancora una volta senza applausi … si mangia in silenzio …
L'idea del sipario come una vela … in “Molière” di Arianne Mnouschkine, un film
che non ho visto …
Poi nel buio … smontando e riordinando … “mi servono robuste braccia maschili …
Marta vieni qui!” (Stefano Pasquini) …
Il profumo della frutta nell'ombra di un portico non lontano dal mare ha un
nome? … così è il pensiero autobiografico, conosce ciò che manca, prova a
nominarlo … anche “attraversando l'inizio” del rito pagano nel sacro della
natura, o del rito liturgico di un funerale contadino, o ancora del rito moderno
di una festa dell'unità … la poesia insiste, trova respiro … e quel che succede
è che all'inizio si torna, di nuovo, ogni volta, con la certezza del sogno, a
fare vita.
(15 luglio 2004)
Giancarlo Sissa