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Verso Pasolini, a piedi, in silenzio, ai margini
di un campo
Stefano Pasquini
02/01/04
Vagabondare
per le strade del mondo
essere un altro
Il vuoto che cerca nei giorni. Occhi, soltanto occhi che guardano e vivono nella
vita degli altri, nell'amore degli altri, nel lavoro degli altri.
Beethoven mi ricorda Tom Waits. Dalla campagna, nella terra di America o
Germania o Italia, credo che crescano le stesse note, gli stessi tramonti, gli
stessi struggimenti di nascite e morti, di vita, di viaggi e di mondi possibili
e lontani, tra i violoncelli e le belle bandiere che sventolano al sole tra i
filari di salici, di pioppi, di olmi e di aceri maritati alla vite. Pasolini, sì
Pasolini. Sì Beethoven e Mozart e Tom Waits e le mie, le nostre parole, umili,
semplici, le parole di Paola, le parole d'amore, grande, grande come i suoi
occhi laghi di pianto e di riso, di vecchi e bambini.
E' lei Pasolini, il mondo che è andato e scompare e muore nei fossi, nella sua
voce, nelle sue labbra, nel suo corpo, generazioni di antenati, di mamme e di
nonne umane e animali. Lei mi porta nei mondi che non so, lei mi fa essere un
altro.
La seguo, le corro incontro e in questi tempi io cerco, io provo a proteggerla,
a curarla. Ma sono maldestro. Io cerco e continuo perché lei è la mia sorgente.
03/01/04
Vagabondare
Mozart e il Flauto Magico. Cosa c'entra? Cerco di vedere il DJ, un DJ che manda
musica classica e un barman che prepara cocktails, aperitivi, cesti di frutta
vicino ai cocktails, quasi eleganti. Il barman sa anche suonare il flauto dolce.
E poi c'é l'orto, le buche, il minestrone (anzi il friggione). Si mette prima la
cipolla nell'enorme padellone con l'olio a soffriggere un poco e poi mano a mano
si aggiungono i pomodori e le zucchine per ultime. Bello sarebbe anche il
peperone, ma non credo che riusciremo ad averlo per i primi di luglio. I
pomodori forse sì, in Romagna spero di sì. Individuare anche altre verdure.
Tre croci, tre bandiere, le belle bandiere, e cosa ancora? parlando di morti, in
un cimitero...E' morta la religione, é morto il comunismo, le ideologie, l'etica
direi e poi cos'é morto per completare il trittico?
Sì c'é già la terra con gli animali, forse é questo il terzo elemento. Dio,
comunismo, natura. Strano terzetto.
04/01/04
Mi sembra di avere capito. Tenere i verbali non é tragico, anzi. E' che pensiamo
sempre di doverlo fare come altri ci chiedono, pensiamo di dover mentire,
storpiare, omettere. Ma se noi pensiamo di poterci scrivere quello che diciamo,
che pensiamo, allora é semplice. Qual'é la differenza tra un diario e un
verbale?
A sera, dopo la riunione, davanti alla pagina scrivi quello che si é detto. I
pensieri e le emozioni. I numeri sì, ma anche le parole.
Il problema é che i verbali ce li hanno sempre chiesti i contabili. Ma possiamo
farli da noi. I verbali possono essere poesie. il diario della nostra esistenza.
Storia, storia vera. Non più paura dei verbali. Come si fa un verbale? Come si
scrive una pagina di diario!
05/01/04
Alba sul mare
Subito nella mente la morte di Pasolini. Il luogo dove Pasolini é morto, nelle
immagini di Caro Diario. Quella lapide abbandonata in mezzo agli sterpi, una
giornata non più estiva.
Alba sul mare quando non c'é nessuno in giro, tu non sei sulla spiaggia, ma
sulla strada di catrame, sul lungomare e costeggi le reti arrugginite e le
ringhiere delle colonie abbandonate.
Si confondono immagini e suoni di cinema e di realtà. Il cinema si é conficcato
nel mio cervello come esperienza vissuta. Vorrei pulire, vorrei provare a
separare, non a cancellare, a separare la memoria di quello che é capitato al
mio corpo da quello che ho soltanto visto su uno schermo o alla televisione.
Vorrei costruire una rete di situazioni pulite, cioè pescate nella mia
esperienza di vita corporea, setacciando le emozioni che vengono dalla visione
di prodotti volontari dell'uomo.
07/01/04
Onde di sabbia
Perché mi tormento? se fosse tutto così vicino, a portata di mano?
Ieri sera in TV ho visto Pasolini. Parlava della forma (e dei formalisti
russi?). L'opera d'arte é forma.
11/01/04
(è bello scrivere a matita su questo quaderno. Perché il quaderno é bello e
perché credo che tra qualche anno la scrittura scomparirà portandosi dietro
queste parole. Cos'é la grafite? come fanno a fare queste mine che infilo nella
matita? si raccolgono sugli alberi? crescono sotto terra? come hanno fatto a
fare questo bel quaderno? mi dà gioia vederlo, mi dà gioia usarlo. Questa é
un'opera d'arte! come la matita! e la gomma!)
15/01/04
L'estate. fine
non ci saranno più giorni felici
Voglio leggere di nuovo Giorni Felici di Beckett.
Ho la sensazione che c'entri in qualche modo.
Winnie piantata nella terra.
16/01/04
La rima. La metrica e la rima. In Pasolini. E in Beckett. Scrive Bertocchi:
“Perché più non si canta in rime, non si canta più?”. Cosa c'è di nascosto in
quel piacere infantile di ordinare il mondo? La nostalgia della perfezione? La
nostalgia della forma? Solo domande, sempre domande. Non ci saranno più giorni
felici. L'acustica della sala non è buona. Ore sfrangiate. Non ci saranno più
giorni felici. Tracce d'inchiostro nel bagaglio leggero. Segni di luce, onde di
sabbia.
21/01/04
Sono di fronte a numerosi manifesti (locandine) di spettacoli beckettiani.
Soprattutto Finale di Partita. Ora non ricordo, o forse non ho mai saputo, in
che lingua è stato scritto Giorni Felici. Non mi dispiacerebbe che fosse il
francese: Oh Les Beaux Jours!
Mentre scrivo vedo sfuocato. Adesso è nettissimo, ma non posso scrivere
allontanando troppo la testa, sembro scemo! Così non leggo sulla pagina , ma nei
miei pensieri.
Dovrei procurarmi alla Libreria Arcobaleno finalmente una bella versione della
Bibbia e l'originale di Giorni Felici. Poi devo accorpare, comporre e studiare
tutto quello che ho di Pasolini in casa. Ritrovare anche i film e rivederli e
sceglierli. Tanto lavoro. Chissà se c'è il tempo? So che c'è la voglia, il
desiderio, lo stesso che accende la primavera che sta arrivando e fa seminare i
campi e potare gli alberi e alle galline fa fare le uova e alle pecore gli
agnelli.
22/01/04
Gli uomini assomigliano alle piante. Ho osservato che la stessa pianta, a
seconda dello stadio di sviluppo, soffre in maniera diversa il gelo. La pianta
piccolissima lo teme di più di quella in crescita e sviluppo, ma lo teme meno di
quella già matura. Guarda lo spinacio che gela col freddo solo quando è già
maturo.
Anch'io adesso sento molto più freddo.
Quando un frutto è maturo è molto gustoso, ma ha finito il suo ciclo. Si ammala,
marcisce.
Così un uomo maturo, così il grano dorato, così la pesca profumata o la lattuga
fresca. Così l'estate. fine.
L'inizio dell'estate coincide con la morte del grano. L'inizio e la fine
insieme. L'estate è la maturità dell'anno, di un'età esausta per avere troppo
vissuto, troppo in fretta e troppo intensamente. Nelle sere calde di fine giugno
l'estate assapora il suo trionfo nel presagio della sua fine. Quel leggero
cambio di luce che segna l'accorciarsi delle giornate.
I campi esausti, dopo aver dato e grano e lucciole, aspettano l'aratro che li
rivolti e i ragni a tessere sulle zolle le ragnatele di settembre. Tutti
aspettano esausti che finisca, dolcemente, in una ferita di nostalgia. Sudati,
sdraiati, abbandonati con le lacrime agli occhi.
La vita mi ha portato lì, su quel colmo rotondo e pelato, su quel colle bruciato
dal sole. Non piango l'inverno. La primavera non la ricordo più, è passato del
tempo. E' solo l'estate, infinita, morta nel sole. Voi giovani non la potete
capire l'estate, voi la desiderate e non arriva.
Assomigliamo alle piante, sì, alle piante. Ma questo non ci consola.
23/01/04
Raccontare come è arrivato Pasolini in via Marzatore. Non credo di avercelo
portato io. C'è un momento in cui è successo. Si pensava al vuoto. Poi
raccontare la terra dentro il teatro, portare il teatro in un campo. Pasolini
cammina con le sue gambe e arriva quando vuoi fare uno scherzo. So con
precisione che quando è arrivato non se ne è più andato. Abita questi luoghi
come prima abitava il mio cervello. Perché quando un nome tutti lo conoscono va
a finire che non lo legge e non lo guarda nessuno, tanto sai già, conosci.
La vita abita i luoghi e i giorni, abita i nostri corpi. Case, siamo case,
assomigliamo agli animali e alle piante.
I morti abitano i vivi, gli assenti i presenti, il cibo abita la fame e l'acqua
la sete. Io abito te, Pasolini abita me, i miei cani, i miei alberi e i miei
campi e dopo che mi è capitato di leggere il pezzo delle lucciole abita le
lucciole, tutte le lucciole del mondo in qualsiasi momento e in qualsiasi parte
io le veda e poi abita le bandiere rosse e il Vangelo e i miei tortelloni di
ricotta.
Tutto è santo ragazzo mio, tutto è santo perché abitato. Abitato dentro, dentro
le cose, dentro la memoria.
25/01/04
Spuma di neve, nel bagaglio leggero, essere un altro.
Oggi nevica davvero. Poco. Neve fina, leggera. Ma neve che attacca.
28/01/04
Non c'è paradiso. Né in cielo, né in terra. Oggi non nevica. Nevica quasi, è
un'altra cosa. Nel bagaglio leggero. Sassi, ogni giorno un sasso nuovo. Va a
finire nel baule che portiamo in giro per le strade del mondo. Verso Pasolini.
Si fa tutto per amore. Bisogna spurgare il sangue nero, ogni tanto. Bisogna
spurgare, ma non c'è paradiso, non c'è più paradiso, non ci saranno più giorni
felici.
Deve passare dell'acqua e del tempo. Devono passare i raccolti di grano, le
semine dei ceci e dei fagioli, più volte. Finché la terra porterà una memoria
diversa dei corpi che accoglie, non più una memoria di vivi morti, ma
semplicemente di morti, sciolti nella terra e nei suoi mille elementi.
La terra porterà una memoria per ogni colpo di zappa e ferita di vanga. Sarà
un'altra memoria, quella del tempo che genera e uccide e trasforma,
ringiovanisce e invecchia. Cari amici silenziosi, prendete ordini dal tempo e
dallo spazio. C'è un'altra vita. Non c'è paradiso. C'è un'altra vita, è
parallela alla nostra.
Ci sono due verità, ci sono due vite, non c'è paradiso. La terra porta memoria,
non ci saranno più giorni felici. Memoria. Non dimentico, non so dimenticare, il
tempo non muore, il cerchio non è rotondo.
31/01/04
Ieri abbiamo visto il campo. Non ho mai avuto un campo in Romagna. La terra è
bella, attorno ci sono serre da ortaggi e resti di coltivazioni di broccoli e
cime di rapa. Due querce, di fronte al campo sull'altro lato della strada.
E' strano. Ieri era una bellissima giornata di sole e di vento. C'era quella
luce. Il vento era freddo, c'era fango per terra,aveva piovuto e le colline
erano tutte bianche di neve.
Così questo è il campo.
02/02/04
Verso Pasolini, a piedi, in silenzio, ai margini di un campo. Un fosso grande,
con un po' d'acqua in fondo nell'erba secca, quasi marcita in mezzo all'erba
verde, fresca. Le canne alte, poche, e tutte quelle tagliate, brune, buttate
sull'orlo del campo.
Noi camminiamo sullo stradello inghiaiato di ghiaia rossastra. Le pozzanghere
sono mezze gelate. Il sole scioglie il fango ghiacciato. Le spalle al sole,
verso una casa.
La ghiaia finisce, comincia la sterrata, ma è solo fango, impraticabile.
Prosegue seguendo il fosso, verso il fondo della campagna, dove non ci sono più
case, né serre, né strade, né uomini.
Solo terra e cielo.
Mi fermo a guardare la terra e il cielo e il fosso che si allontana.
Appoggio i piedi per terra. Penso al Vangelo Secondo Matteo. Penso a tutto quel
camminare: di Dio, dei santi, dei discepoli e dei peccatori su quei monti, in
riva al mare, nelle città.
A portare la gente in un campo, a provare a guardare le cose con altri occhi, a
guardarle in un altro modo ti accorgi che non c'è niente di naturale nella
natura. Tutto è santo, in ogni punto in cui i tuoi occhi guardano è nascosto un
Dio.
Il mais non è solo polenta, il pomodoro non è solo pizza, il pollo non è solo
carne. Un centauro popola i campi di Rimini.
A portare la gente in un campo non è un problema di prodotti tipici, non è
l'ultima fiera del naturale o il salone enogastronomico della valle del
Marecchia.
A portare la gente in un campo è che non sappiamo più dove andare per
inginocchiarci senza essere ridicoli.
Sul delta del fiume che muore comincia il mare. Mare di terra e mare di acqua.
Campagne che sanno il presagio del mare. Romagna che amo, clima dolce, primavera
struggente e terra piatta, spiaggia coltivata.
A portare la gente in un campo è che non sappiamo più dove andare per stare in
silenzio senza sembrare imbronciati. Abbiamo sempre troppe cose da dire, da
spiegare, da cercare di capire.
Ai margini di un campo camminare e ascoltare. Nel campo stare, del tempo, al
tramonto, aspettando pazienti i fantasmi che sono ridotti a zanzare, a punture
di insetti, al cantare di rane nei fossi, di grilli e cicale, al cantare.
A portare la gente nei campi non è un problema di contadini.
I campi sono cimiteri abitati dai defunti del mondo, gli animali, le piante, gli
insetti, i fratelli dei cani.
Non è neanche un problema di poesia, anche se tutto può sembrare molto poetico.
E' forse soltanto un problema magnetico.
E' che noi siamo irresistibilmente attratti, fisicamente attratti dai campi,
dalle piante, dagli animali e dalle facce che li popolano ancora, dai fantasmi
che li hanno popolati. Da Pasolini, dalle sue parole, dalla sua faccia, dalle
sue immagini e dalle sue visioni. Qualcosa ci chiama.
Amo la gente che ancora popola quei campi, comunque e amo quel frumentone, di
fronte a quei campi mi si apre il cuore, come a un bambino, e il ridere e il
piangere sono tutt'uno, e i giovani e i vecchi sono tutt'uno e sono tutt'uno
anche gli assenti e i presenti, i vivi e i morti.
16/02/04
Oggi sgorgava un pianto pulito, semplice e antico di padre e marito. Un pianto
per tutto il dolore del mondo, quel piccolo e semplice dolore di partenze e
ritorni, di perdite secche o lente, vicine, lontane. Sgorgava caldo, senza fare
male, senza sforzare il diaframma, senza singhiozzi.
Non alcool, non fumo e forse neanche caffè.
Odore di terra, di primavera, di volpi che tornano in tana dai cuccioli con
l'anatra in bocca e il sangue caldo sui denti.
Dal naso l'aria ai polmoni, dagli occhi la luce.
Primavera che bussi, che gonfi le gemme e le pance, ti ho visto passare sui
carri di carnevale, ma io sono già stato.
Sono l'estate che si guarda indietro, che si guarda dentro e non trova il suo
seme, sono pianta, sono pianta, il seme è scomparso. Padre secco, da oggi
orfano, senza figli. Secco, senza chicchi di grano da far cadere per terra.
08/03/04
Carissimi Cinzia e Armando come state? Noi siamo qui, praticamente sepolti sotto
mezzo metro di neve. Sepolti. Poi domani di nuovo a Milano con il “Teatro di
terra” fino a domenica.
Siete in tournée o siete a casa?
Sepolti sotto la neve mi viene da piangere. Mi succede sempre più spesso. E devo
impastare la pizza. Prima, mentre stavo tra le colline bianche di neve, senza
ombre, che non c'era più confine a quel bianco, ho preso un vuoto d'aria, un
vuoto di senso. Non c'era più il teatro, non ce n'era motivo e neanche la mia
cara agricoltura, la mia bella terra, non c'era più traccia di terra e non c'era
più il cielo, bianco, come la neve, via anche il cielo di Volterra.
Solo vedevo gli scheletri di alberi sepolti di bianco. Legno secco, spezzato,
piegato.
Solo vedevo e sentivo, una cosa che non sentivo da tempo, quel vuoto silenzio,
tramonto incolore, riposo di pace.
20/04/04
Domani andiamo a Santarcangelo. Se il tempo lo permette. Penso di avere capito
che l'idea da accogliere, da concepire, arriva subito, ma la capisci dopo.
Credo, sì, credo, che sia un funerale. Il funerale che non avevamo ancora fatto
quando abbiamo concepito il progetto.
La struttura è il funerale. Il funerale seppellisce i morti. Il funerale è un
rito di seppellimento, di allontanamento, di saluto e di archiviazione. Anche di
passaggio.
Comunque è un rito.
Voglio celebrare un rito. Però dissimulato. Senza che nessuno se ne accorga,
perché l'importante nel rito non è la forma, ma il contenuto.
Troppe cose sono morte nella nostra vita e nel nostro tempo senza che noi ne
abbiamo accettato la fine. Senza che noi le abbiamo seppellite.
Non riconoscere la morte delle cose, delle persone, dei pensieri, ferma il tempo
e il tempo si ammala.
Il cerchio non è rotondo e il tempo non può morire. Troppe cose sono scomparse
dalla nostra vita e noi stiamo ancora qui a fingere che non sia successo.
Fingiamo di essere giovani quando siamo già vecchi, fingiamo di essere poveri
quando siamo ricchi, fingiamo di essere altri da ciò che siamo. Addio
terraferma!
Ammalati di cecità volontaria. Ammalati di incoscienza, fracassiamo le nostre
vecchie ossa con l'innocenza di un bambino.
Abbiamo paura della morte, abbiamo paura della trasformazione.
Quale sia il funerale, di chi sia, non è uguale per tutti. Ognuno ha il suo
carico morto da chiudere nella bara, ma è chiaro che da troppo tempo ormai un
sacco di cose marciscono nella camera mortuaria senza che ci decidiamo a
seppellirle.
Sempre pronti a celebrare battesimi, ci ingolfiamo perché non abbiamo il
coraggio di salutare le cose.
Quindi so che è un funerale. Ed è paradossalmente il funerale del rito, che
nessuno più vuole. E' il funerale del funerale, il funerale della coscienza. Non
basta seppellire Dio, Comunismo e Natura. Ognuno può buttare nella cassa da
seppellire ciò che vuole, tanto la cassa non sarà seppellita, la buca continuerà
a essere scavata, sempre più fonda, ma niente la
riempirà, sarà sempre aperta, il cerchio non è rotondo e il tempo non può
morire.
Siamo ammalati di questa malattia, il tempo non ha più la forma dell'uovo.
27/04/04
A proposito dell'estate.fine.
Sono continuamente assalito da idee di cui non riesco a riconoscere la
provenienza. Se vengono da fuori veramente o dalla mia testa. Se sono necessarie
o sono soltanto un modo “colto” di citare, far riconoscere, far vedere che hai
studiato, che dietro a tutto questo vuoto il lavoro c'è , che c'è qualcosa di
cui scrivere e di cui parlare. Piccoli aggeggi sonori, sistemati in mezzo alle
tombe e alle piante, a un certo punto cominciano, come un sussurro, a diffondere
parole o pezzi di audio di film... trasformando le cose che si presentano nella
loro evidenza in “cose abitate”.
Io immagino spesso, forse sempre, una unica situazione che si tiene per tutta la
durata dell'evento. Forse è questo il segreto, quello che viene da fuori e che
mi insegna il rito, la messa. C'è uno svolgimento, ci sono dei picchi e le cose
cambiano, si trasfigurano. Nella messa c'è l'elevazione, la trasformazione del
pane in corpo e del vino in sangue. Forse è quello il momento in cui il campo
per cinque minuti diventa concretamente un “campo abitato”.
Non sono mai stato un artista visivo e nel mio teatro non ci sarà mai niente da
vedere, ma vengo dalla musica e mi sono reso conto che è sempre quella del suono
la carta che gioco. Mi piacerebbe per un attimo, sul principio di possessione
narrante di “Buchettino”, far parlare Paola con la voce di Pasolini. Forse è
sufficiente e anche più brechtiano un semplice play-back fuori sincrono.
Paola racconta al microfono spento della sua mamma e noi sentiamo un'altra voce
che parla di altro. Ci si può anche combattere come con la tortura
autobiografica sul Black Rider di Tom Waits. Sì, le parole di Paola ci vogliono,
il suo materiale, la sua ispirazione è sempre quella centrale, profonda, il
palo. Credo che dobbiamo lavorarle e usarle con il principio dell'ABITAZIONE,
che si avvicina, o meglio si completa con il principio dell'assenza. Le parole
non abiteranno la bocca che le pronuncia e viceversa. Una evidenza divisa in
due, unita ad un'altra evidenza divisa in due, produce un “mistero semplice”,
cioè una domanda di facilissima lettura e comprensione, ma che non ha risposta.
E' la mia ricerca della complessità.
Sì è vero. Il mondo è magico perché è ABITATO. Così sarà il campo. Si dovrà
mostrare nella sua evidenza, ma dovrà anche a un certo punto essere intensamente
abitato.
Ecco la magia catturata da Manzella in “Secondo Pasolini”. Credo che il percorso
di salita non venisse assolutamente percepito come un passaggio magico e che il
bellissimo panorama del tetto del mondo non fosse ancora santo. Ma abitare quel
luogo con il Vangelo di Pasolini ha reso il ritorno, sulla stessa strada, ma di
notte e dopo la visione, il percorso attraverso un paesaggio trasfigurato,
attraverso un luogo magico abitato da tutto quello che nelle ore prima era stato
seminato, un luogo santo, tutto fatto per quel quarto d'ora di ritorno, la
notte, in discesa.
Allora forse, “estate.fine” dovrebbe avere questa coscienza di percorso che
diventa magico al suo ritorno, che allora forse dovrebbe accadere sul bruno del
cielo, ricaricando il baule, rimasto aperto per tutta la durata del rito, chiuso
di nuovo a contenere il tempo trascorso a ripercorrere la strada inversa, verso
la camera ardente attraverso un luogo finalmente abitato. A rinascere attraverso
le morti. Grazie a Paola e alle sue parole. Come sempre.
Il problema non è il silenzio, non solo, sarà assolutamente necessario, come la
pausa in musica, più della pausa in musica, sarà il silenzio sonoro della natura
(anche se fortemente antropizzato) solo che NON C'E' NIENTE DI NATURALE NELLA
NATURA.
Come ne IL DOLORE (l' assente) credo che la parola dovrà arrivare separata dalla
sua bocca (o dal suo senso).
Strumenti di abitazione immagino quei piccoli registratori portatili con le
cassettine piccole. Chissà? Forse tutto è il racconto di un'abitazione, perché
un po' dappertutto Paola e io vediamo la Terry e anche Pasolini, la sua faccia e
le sue parole.