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Pasqua laica in quattro movimenti:
veglia, corteo, rito e festa popolare
dedicato a Pier Paolo Pasolini
TEATRO DELLE ARIETTE - 2004
in coproduzione con Santarcangelo dei Teatri
Fatto salvo lo sguardo vergine
Gian Maria Tosatti
L’estate. fine, ultimo lavoro delle Ariette ha debuttato al
Festival di Santarcangelo.
A volte pesa sul teatro la parola stessa che lo identifica. Gli è zavorra
fastidiosissima e inutile. Davvero inutile.
A volte è il teatro a penalizzare il Teatro, ovverosia la sua circostanza, il
fatto che vi si assista in una sala specifica che ci “prepara” all’evento che si
consumerà, oppure che tale evento, quando fugge la convenzione di uno spazio con
palco e platea sia comunque inserito in una cornice di Festival, cioè un più
ampio contenitore convenzionale.
Quello che uccide il Teatro è l’attesa. L’aspettativa che si ha di assistere ad
uno spettacolo. Ci rifletto in queste settimane e mi pare che ciò, più di ogni
altra cosa devii il fuoco dell’evento. L’aspettativa è un qualcosa che può andar
bene per una forma ideale di teatro tradizionale, un teatro di maschere scritto.
L’aspettativa è un qualcosa che si giustifica verso i canovacci letterari. Il
suo senso cade nel momento in cui sulla scena compare un essere umano.
Un uomo davanti ad altri uomini è cosa che demolisce, spazza via le pareti
dell’edificio teatrale. Le pareti di qualsiasi contenitore convenzionale. Lo
scambio avviene altrove. Ma bisogna desiderarlo. Sono personalmente in
disaccordo con chi afferma che solo se lo spettacolo è ben fatto si ha
“coinvolgimento”. Sono in pieno disaccordo con chi vorrebbe risparmiare allo
spettatore ogni sforzo. Uno spettacolo è una relazione. E’ una “cosa a due”. Lo
spettatore se la deve cercare, deve lavorare. Deve tendere la mano all’attuante
o prendere la sua tesa.
Se questo non accade non è solo colpa degli artisti. Il problema è molto più
complesso.
Così rifletto una volta di ritorno dall’ultima creazione del Teatro delle
Ariette. Penso che in fin dei conti noi spettatori festivalieri, in quel grande
sogno eravamo veramente degli intrusi, dei trapiantati, degli inadatti. Un po’
come lo è il bel garzone nel salotto della nobiltà o lo statista finissimo nel
reparto smistamento carni di un macello. Come dire. Gli spettatori col teatro in
testa è bene che stiano lontani dai teatri se non ci entrano con una grande
umiltà.
L’estate.fine è un piccolo miracolo agreste. E’ uno smarrimento onirico tra le
figure che scorrono in una memoria comune che ci preesiste. Ci lascia
imbambolati tra il grano turco alto due metri a camminare come quando si era
bambini sulle tracce delle vite che ci hanno preceduto, spiati da sagome
distorte. Sì, al presente la sensazione di quei ricordi dell’infanzia, con le
ripetizioni e le sproporzioni. Di tempi e simultaneità inconcepibili. Di
identità fantasticate.
Una donna che coglie i fagiolini come una stregona di periferia con appese in
testa le lastre di una probabile malattia. Le lastre che scorrono, cambiano
posto. Le lastre viste sul tavolo della cucina di mia nonna in una
trasfigurazione continua di fatti e toni, di espressioni che ci vengono
sottratte solo un attimo prima che le si possa catturare. Proprio come in quegli
incubi calmi, che lasciano al risveglio un dolore dolciastro. Ed è bello restare
lì stupefatti, che in mezzo ad un campo di grano turco si consumi un rito
popolare, una grottesca festa dalla rarefatta allegria. Una sagra innaturale,
quasi violenta nel suo costringerci alla liturgia.
Ma queste non sono le osservazioni di un visitatore. Sono piuttosto i nodi di
un’analisi strutturale compiuta nei confronti di un lavoro difficilissimo. Che
cerca di comporre una sinfonia non sulle note dirette, ma sugli echi che quelle
note producono. Una tessitura a maglie larghe fatta di risonanze, di simboli
riflessi in un voluto scivolar via dello spazio. L’estate.fine è il tentativo di
ricreare la sensorialità del ricordo sognato, tra verosimiglianza e assurdo. La
compagnia bolognese sta attenta a contrappuntare elementi distillati, non lascia
niente al caso, ne è prova il campo di 6000 mq in cui l’azione si svolge. Campo
che per due mesi ha impegnato il gruppo nelle operazioni di coltivazione per
avere una creatura perfetta, viva, impagabilmente suggestionante.
Un allestimento estemporaneo, realizzato grazie al coraggio della compagnia e
del Festival di Santarcangelo che lo ha prodotto. E’ vero, lo spettacolo mostra
ancora alcune debolezze, ma non potrebbe essere altrimenti. Le Ariette innescano
un metodo drammaturgico radicalmente nuovo, sviluppato a partire da alcune
scoperte registrate nel corso dei precedenti lavori. Danno a questo metodo una
forma indipendente attraverso la costruzione di uno spettacolo. E’ questo il
valore. Non si può parlare di spettacolo perfetto (e sarebbe stupido
pretenderlo, sarebbe come dire che le repliche successive al debutto non servono
all’auto comprensione del lavoro), ma di “tentativo” perfetto.
Qui, per l’analista sta il valore di ciò che si è potuto vivere e vedere. Per il
pubblico capitato a Santarcangelo per caso, per il pubblico vero, che non si
aspetta niente, il valore sta nel viaggio a occhi aperti in quei territori che
da svegli ci sono proibiti.