Pasqua laica in quattro movimenti:
veglia, corteo, rito e festa popolare

dedicato a Pier Paolo Pasolini
 

TEATRO DELLE ARIETTE - 2004
in coproduzione con Santarcangelo dei Teatri


 

 

n.4 ottobre-dicembre 2004

 

Vita e morte nel campo delle Ariette
Emanuela Garampelli

 

La prima stazione è un casolare. Ci stiamo davanti per un tempo indefinito poi possiamo entrare in una stanza. Muri scrostati, cassette di verdura sul pavimento, in mezzo una cassa-baule da morto con intorno lumini, fiori, frasche; dei petali in terra formano la sagoma di un angelo.

Veglia su di noi con studiata indifferenza Stefano Pasquini abbigliato da contadino nel dì di festa. Parte un suono forte di campane. Sale il primo groppo in gola, ora è chiaro che siamo ad un funerale. Però. Con quello scampanio potente, con quei bei colori verdi e rossi degli ortaggi e quei gattini vispi che giocano sulla soglia: forse questa è anche una Pasqua, mi dico.

Avverto un odor di vita che trapela e convive nel rito funebre, e con azzardato salto temporale, mi sento anche dentro una festa di Resurrezione. La cassa poi la portano fuori in spalla, in quattro, uomini: e allora via, tutti dietro, lungo una stradina di campagna gli spettatori diventan processione, e disavvezzi a questo tipo di camminamento ondeggiano e mormorano, e così inizia L'estate.fine del Teatro delle Ariette a Santarcangelo.

 

Inizia lo spettacolo ma a noi pare sia un rito (prossimo ai misteri da cui origina il teatro) o il suo tentativo, quello di portare la gente in un campo a celebrare, che cosa?, "semplicemente" un'idea di morte e di vita. E dunque come in ogni rito di esistenza, percorriamo stazioni e passaggi.

Attraversiamo un campo di mais alto due metri, muro verde o sipario da fendere per sbucare in un altro mondo; poi un altro campo coltivato, dove gli ortaggi sono omaggiati con lumi e musica come fossero eroi morti; a lungo sostiamo davanti al recinto sacro dove si svolgerà quel pò di rappresentazione. Infine al culmine luminoso del tramonto, l'accesso alla messa- in - scena, officiata da Paola Berselli in parrucca rossa e grembiule bianco, dea madre assisa in sedia-trono-pedana. Dove siamo arrivati dopo tanto camminare?

Un imbonitore-dj ci incita a godere e divertirci e tra aperitivi, la nostra cena messa sul fuoco dal cuoco, il twist scatenato di La Ricotta di Pasolini, ci ritroviamo nella poetica delle Ariette conosciuta e amata nei precedenti Teatro da mangiare? e Teatro di terra, dove ci hanno abituato a fare come loro, a non scindere teatro, terra, nutrimento. Ma in questo campo di oltre 6000 metri quadrati appena fuori Santarcangelo, che le Ariette hanno coltivato per mesi secondo un progetto nato per il Festival, ecco, qui tutto è più frammentato e doloroso.

Noi guardiamo impotenti brandelli di racconto. Tre bandiere rosse sventolano, Pasquini scava una fossa e poi seduto su una sedia a rotelle viene imboccato da Paola, girano radiografie invece delle fotografie degli animali, ascoltiamo una lettura da Pasolini, a cui L'estate.fine è dedicato. Romagna mia esplode alla fine, le sue note su cui volteggiare sono una scialuppa per ricominciare, come il cibo e il vino pronti per noi. Noi siamo meno lesti del solito ad afferrarli, chi commosso, chi frastornato, chi stanco, si fatica a uscire da questo abbraccio di morte e vita, natura e cultura che abita a cielo aperto il campo delle Ariette.

Non è impresa da poco mettere in scena l'imperituro e il sacro, pure se in virtù di un luogo che andrà a finire appunto con l'estate. Ci provano e Ariette con quella particolare sapienza di condivisione con gli spettatori, è qualcosa di nuovo e appena tracciato, da descrivere e raccontare con esperienza. Il rito d'altro canto lo fa chi vi partecipa, per noi è stata cosa indimenticabile. Dagli abituali rigidi approcci critici non si può che uscire scornati, chi addirittura con livido cinismo, forse per non essere riuscito a entrare nel gioco.