Pasqua laica in quattro movimenti:
veglia, corteo, rito e festa popolare

dedicato a Pier Paolo Pasolini
 

TEATRO DELLE ARIETTE - 2004
in coproduzione con Santarcangelo dei Teatri


 

 

giugno 2005

 

"L'estate.fine"
Tommaso Chimenti

 

MONTEMURLO – Due pullman per arrivare ad una fattoria sopra Montemurlo immersa nel verde. Paglia, fiori secchi, odore di erba cipollina, camomilla, le arnie colorate, la campagna che prepotente alimenta i suoni e enfatizza gli aromi del bosco, del sentiero in discesa per arrivare alla radura.
Tutti in fila indiana seguendo i quattro delle Ariette con cappello di paglia al seguito con una bara sulle spalle. Il corteo funebre cammina e s’inerpica, scende a valle, tra curve e volte acciottolate.
Una gita da scout con il tramonto in faccia, le nuvole come scenario perfetto tra i ceri da funerale sparsi ed il verde che colora l’intorno. Gli italiani in gita arrivano composti mentre Tom Waits e la sua voce rauca inconfondibile fa tacere i grilli. E’ silenzio oltre la sua voce.
Una fossa scavata e l’apertura per questo spazio definito senza confini nel verde dentro il bosco delimitato da lucine da Presepe e foglie di vite, panche in legno, sacchi di iuta, tavolacci.
Quasi un circo in campagna con il mais sparso nell’arena quadrata, una sagra nell’aia, una scampagnata tra amici con pic nic finale, una festa di paese di quelle dove alla fine si è bevuto tutti troppo, una Festa dell’Unità di quelle di una volta con le bandiere rosse che sventolano, drappi semplici senza marchi né simboli perché tanto basta il colore per riconoscerci.
Si apre la cassa da morto, escono le pentole con il cibo preparato da mangiare tutti insieme alla fine dello spettacolo, come dalla migliore tradizione delle Ariette. Magia, il luogo è incantato di fiabe, pathos, momenti da groppo alla gola. In “Teatro di terra” o in “Teatro da mangiare”, due produzioni precedenti della compagnia di attori- contadini delle colline bolognesi, la cena finale era il risultato di piccoli gesti, una conseguenza più che l’attesa spasmodica della fine come un amplesso troppo veloce da consumarsi in preliminari riempitivi.
C’è molta sacralità: una tavola- altare con tanto di sangue di Cristo, l’aperitivo vino bianco e Campari offerto anche a tutti gli spettatori- commensali, e corpo di Cristo, la salsiccia in umido, c’è una sedia “elettrica” dove una vestale- sacerdotessa in camicia di forza urla silenziosa il suo dolore chiedendosi “Dov’è andato il pensiero della morte?” mostrando radiografie.
Intanto tra un discorso- omelia tratto da Pasolini su un pulpito improvvisato e vino rosso verace, liscio alla Raul Casadei e “Romagna mia”, lo spettacolo decolla sul profilo poetico ritmato, con spessore pungente.
Imboccare il malato in carrozzina con lo yogurt rimane il punto più alto.