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PAOLA
Le Ariette
E’ una mattina di ottobre, il 20 ottobre 1993.
Waits si sveglia presto, scende dalla scala verde: nello stalletto una cucina ordinata, un fornello a gas, vasi, sacchi, tegami e poche altre cose.
Waits prepara il caffè d’orzo, poi torna di sopra. Su una cassetta di legno, coperta con un sacco di iuta, prepara la colazione: crostata, pane e miele, caffè.
Poi si avvicina a Tom che si sta svegliando: “Buon compleanno, amore”.
Tom la guarda, sorride, la bacia, poi si riaccuccia per assaporare quel bel risveglio.
Waits guarda il cielo: nuvole scure passano veloci, ma l’aria è limpida. Questo tempo piace tanto a Waits.
Sono tante le immagini nella sua mente, tante le emozioni che i suoi occhi diventano lucidi di gioia e di lacrime. Il suo sogno: fotografare quelle sensazioni, definirle, catalogarle. Questa mattina per lei un ricordo bellissimo: lunghi capelli rossi, ondulati, quelli di Tom, una carezza, un bacio. Gli anni sono passati: Tom e Waits sono più vecchi perché non è vero che si sempre giovani.
Ma il loro amore è grande perché continuano a coltivare un sogno, il sogno della vita.
Questo è il lavoro di Tom e Waits: guardare, osservare, contemplare, ricordare, immaginare, sentire e poi scrivere, il libro della vita.
Tom si è svegliato ed è vicino a Waits.
Le tiene la mano, stanno pensando le stesse cose.
Dopo colazione andranno sulla collina, in quel punto magico dove l’orizzonte arriva molto lontano per ricordare ciò che si è già visto e per immaginare ciò che non si è visto mai, da Roma a Calcutta, da Parigi a Praga, Tokyo, New York, Berlino …
Tom e Waits si guardano e cantano insieme.
Gli animali sono attorno a loro.
Ma dove sono Tom e Waits?
Da un po’di tempo abitano nel fienile.
Questo è solo l’inizio di una storia che vorrei scrivere e cantare insieme a te.
Un grande bacio. Il tuo amore.
STEFANO
Quand’ero un ragazzo la luna era una perla e il sole una moneta d’oro.
Ballavamo il valzer alla festa dell’Unità del Martignone. Poi ti riaccompagnavo a casa a piedi nudi, nella rugiada fresca, lungo quell’argine alto e diritto e nei campi di grano c’erano tante lucciole.
Ci siedevamo sull’argine, vicino al ponte, dietro le spalle un macero verde di alghe.
Guardavamo le stelle in silenzio, nel caldo.
Lontano, nel buio, di là dall’argine, la dolce indifferenza del mondo.
Adesso siamo grandi e tu profumi di pelle.
Seduta sull’argine, i piedi frementi, pronti per corrermi incontro.
Ti guardo negli occhi, nel lago degli occhi.
Tu passi le dita fra i capelli e una mano sull’anca. E sorridi, sorridi.
Allora io ti corro incontro su quell’argine alto e diritto, verso il precipizio del tuo sorriso che tutto spalanca.
E’ notte sulla terra, buongiorno amore!
PAOLA
Da 16 anni ci teniamo per mano e adesso “il nostro teatro” esiliato volontariamente per alcuni anni, è tornato, in silenzio, ma con una forza da fare quasi paura.
Sono sola in una scena vuota e piena di luce. Tu sei fuori dalla scena, ma la tua presenza è forte di là dalla luce, nel buio: mi guidi e mi dirigi, mi tieni per mano.
A volte mi libero dalla stretta di mano, mi alzo e tu mi lasci andare perché in quei momenti voglio esplorare terreni sconosciuti, conoscere, provare finalmente ad abbracciare il pubblico. Tu capisci, mi segui da lontano, perché sai che prima o poi ce la farò.
Ma qualcosa sta cambiando: tu che fino ad ora sei stato fuori, nel buio, ti alzi, cammini verso la scena ed entri nella luce. Io ti guardo, ti chiamo, corro verso di te e ti abbraccio.
Amore, finalmente sei arrivato. La vita e il teatro si uniscono. Niente è più forte in quel momento. Esistiamo solo noi e il nostro pubblico.
E in quei pochi secondi sento che il tempo non ha durata e che ormai tu sei dentro di me per sempre: un eterno e profondo atto d’amore.
STEFANO
Quando viene la notte la terra diventa scura e la luna è la sola luce che vedi. Io non avrò paura, non avrò paura se starai con me. Cara, stammi vicino.
Cammino di notte fino in cima alla collina. Quando mi fermo e alzo la testa si ferma anche la luna. Poi comincio a camminare su per la cavedagna che costeggia il filare di albicocchi e ho l’impressione di avvicinarmi alla luna. In cima alla cavedagna il mio sguardo si apre oltre le sette colline e da quelle colline, di colpo, sorgono i tuoi occhi grandi, aperti sul mondo con lo stesso stupore di quand’eri bambina su un prato in mutande e canottiera con la tua mamma e il panino in mano.
Mi siedo per terra e nel silenzio della notte sento la tua voce profonda che chiama la mamma.
Poi quando, generata dal crepuscolo, Aurora appare tra bagliori rosati mi sento felice e so che se il cielo si rovesciasse e cadesse sulla terra o le montagne sprofondassero nel mare io non piangerò se starai con me.
Cara, stammi vicino perché tu sei luce, luce bianca e luce nera, sei la giornata di sole e il temporale, la brezza e la tempesta, la notte e il giorno, il caldo e il freddo, il dolce e l’amaro e io ti amo in tutti questi modi.
PAOLA
Una sera d’estate, a una Festa dell’Unità, ti ho toccato i capelli, lunghi, rossi e ti ho baciato con il desiderio della giovinezza e dell’amore.
Ieri sera, al tavolo dell’osteria, mentre parlavi di noi, ho sentito lo stesso desiderio di vent’anni fa. Avrei voluto prenderti tra le braccia e baciarti.
C’è dentro la vita. E io ogni mattina posso baciare la vita.
STEFANO
Sei splendente come la luna nascente del Marzatore, sei buona come il sale, innocente quando sogni e innocente quando vegli. E’ facile ferirti, ma sei una bambina e la pelle dei bambini fa subito la crosta.
Allora ridi, ridi forte, perché questa volta lo facciamo il teatro, lo facciamo davvero, lo facciamo coi muri e col tetto, la calce e i mattoni e sarà proprio come quello dei nostri sogni.
Non sarà facile. Per noi non è mai stato facile, ma in fondo va bene così.
Noi due abbiamo lo stesso sogno e il nostro sogno è la vita.
PAOLA
Le Ariette 20 ottobre 1999
Carissimo amore, ce l’abbiamo fatta. Ce l’hai fatta.
A 39 anni stai costruendo il tuo teatro, il nostro teatro.
Il prossimo anno, grande trapasso di secolo e di millennio, quel teatro ci sarà.
Quest’estate sei stato il mio “eroe”. In quei lunghi giorni di lavoro, fino al tramonto, quando non ero su con te, ti aspettavo con impazienza preparando da mangiare.
“Quanti giri di mattoni mancano?” Ho visto nei tuoi occhi la sofferenza e il dolore per la fatica, per il peso di un’impresa che sembrava si abbattesse su di noi per travolgerci. Più salivamo con i mattoni, il cordolo, le punte, più questa sensazione di travolgimento accompagnava la gioia di salire, di andare verso il cielo. E’difficile spiegare ad altri tanta passione e tanto dolore insieme. Passione e dolore li sentivo nel mio corpo, più sentivo fatica nella mia carne, più la passione aumentava e nutriva le mie gambe stanche, il tuo corpo bellissimo e dimagrito, tanto dimagrito.
In questa luce dei giorni di vento
mi sembra che Tomaso e Teresa, i miei genitori,
rimarranno sempre qui tra le patate e i pomodori,
che tu non te ne andrai mai
starai sempre qui vicino a me
mio eterno principe
che il tuo corpo liscio, di burro,
mi resterà sempre accanto
che tutti noi galleggeremo
in questa luce forte, che abbaglia
e ci rende tutti sorridenti, felici, ubriachi.
Ho sempre pensato di cambiare il mondo.
Il nonno Adolfo, quando ormai non ci vedeva più, mi chiedeva di leggergli il giornale, l’Unità.
Tutte le mattine leggevo di guerre, stragi, ingiustizie.
E lui mi diceva che un giorno queste cose non sarebbero più capitate, che gli uomini sarebbero diventati uguali, che il mondo avrebbe potuto vivere in pace. “Per lavorare la terra” diceva lui “per cantare e ballare che sono le cose più belle al mondo. Quando sarai grande, Paola, sarà così”.
Non posso dimenticare il nonno Adolfo.
Le cose non sono andate come diceva lui, ma io non posso dimenticarlo.
Il mondo non si può cambiare.
Mi sento smarrita, il mondo non interessa più a nessuno, la vita ha perso di interesse, ma io non posso dimenticare il nonno Adolfo.
Devo cantare della bambina scomparsa, della ragazza che è partita come un proiettile dalla pistola, della pazza e dei suoi uccellini che ogni tanto cantano dentro di me, dei corpi di donna che invecchiano, della gioia della mia campagna e dei miei animali, del sole e della luna delle Ariette.
Lo devo fare per me, per Adolfo, per Tomaso e Teresa, per il nostro amore, per noi, per te.
STEFANO
Questa mattina ti ho guardata dormire. Non succede spesso, ma ogni tanto succede. Non succede spesso perché io sono un dormiglione.
C’è come un sorriso sulla tua pelle e mi viene voglia di rotolare con te come due palle di stracci.
Quante offese alla tua schiena, alle tue mani, alle tue gambe, quanta polvere nei tuoi capelli, quanti giochi rubati ai tuoi pensieri.
E là c’è sempre Lisbona, l’America, un pezzetto di Liguria.
Non resisterei a tutto questo anno se non fosse per te.
Ma quando guardo sulla collina, in mezzo ai nostri campi, e vedo il teatro che stiamo costruendo, penso che sia un bel segno, penso, come dici tu, che ci stia proprio bene lì.
Come abbiamo fatto?
Chi riesce a vivere secondo i propri desideri diventa inafferrabile.
Noi siamo inafferrabili. Voliamo alti come gli amanti di Chagall.
Pianteremo patate, raccoglieremo fragole, finiremo il teatro e faremo il nostro spettacolo, ma ti giuro anche che presto, un giorno in cui ci sarà “quella luce dei giorni di vento”, faremo un fughino. Di nascosto ti porterò al mare e non penseremo a niente e rideremo e a me basterà guardarti così e vedrò tutta la vita che può stare nel mio cuore.
PAOLA
Caro amore buon compleanno e tanti tantissimi auguri che il tuo tempo futuro sia libero e felice.
Quest’inverno nasceranno due agnellini e chissà forse più avanti avremo anche due “scarponcini”, i capretti, che lo sai, sono i miei preferiti.
Botto deve crescere e Bac deve morire. La Mina è vecchia, si deve riposare e qualcun’altra farà i gattini delle Ariette. Speriamo che nei prossimi anni nascano molti pulcini perché molte galline sono vecchie. Il grande pioppo su dal teatro non c’è più. Anche gli alberi muoiono, ma molti ne stanno crescendo: i noci di Giuliano, i noccioli al confine, la quercia lassù, i meli. Un giorno avremo le nostre mele. L’orto è stanco. Dovremo farlo riposare. Anche i miei genitori, Tomaso e Teresa, sono stanchi, ma alle Ariette stanno bene. Li faremo riposare di più.
Casa Ariette è monca. Un giorno la vedremo tutta rossa, di quel bel rosso che ci piace tanto, con i contorni bianchi alle finestre.
Lisbona ci aspetta. Non dobbiamo farla aspettare troppo.
Faremo un bel giro su una spiaggia tra Livorno e la Spezia. Imparerò “Lo straniero” di Camus a memoria e tu racconterai “L’odissea”. Nel “Circo dell’ultimo giorno” ci saranno tutti i nostri animali e inviteremo anche Tom Waits.
STEFANO
Caro amore, ora non ricordo più che giorno fosse, ma ricordo bene come eri il primo giorno che ti ho incontrata: capelli ricci, lunghi, vestito marrone fiorato e sbracciato un po’ da fricchettona.
Nessuno crederebbe alla mia felicità se la urlassi ora al mondo, così provato e invecchiato.
Ti guardo giocare coi cani e con gli altri animali e con gli occhi di colpo spalanchi una porta e mi porti nel luogo che amiamo da sempre. Tu mi porti in quel luogo dove la vita è la vita davvero. Insieme noi siamo la porta che conduce al Teatro invisibile del cuore.
PAOLA
Le Ariette h. 21,30 19 ottobre 2002
Caro amore stai dormendo. Sei stanco, tanto stanco. Anch’io sono tanto stanca.
Negli ultimi mesi penso spesso alla fine, nel senso di un fermarsi, di una pace, di una quiete. Prima o poi arriva nella vita una fine, e noi la chiamiamo morte, ma in fondo è solo uno stato di stasi, di immobilità.
Noi adesso andiamo molto in giro a fare spettacoli, ma non voglio che i miei animali si sentano soli, non voglio che la nostra terra si senta abbandonata. Coltiveremo un po’ meno ortaggi e alleveremo un po’ meno animali, ma non posso abbandonare Le Ariette.
Le Ariette mi tengono legata alla terra, impediscono alla mia mente di prendere il sopravvento.
Fuori c’è una luna grossa e gialla. E’ tanto bella.
Tu stai dormendo da più di tre ore e sono felice perché penso che ti faccia tanto bene.
A dicembre dormiremo tanto, leggeremo, andremo al cinema e giocheremo con i nostri cani.
STEFANO
E’ notte. Sono a Pavia. Tu dove sei?
Io sono esattamente nel luogo dove mi ha portato questa vita eppure sono molto lontano dal luogo dove abita il mio cuore. Perché il mio cuore è nato nelle sere d’estate, nelle notti stellate, nell’Algeria di una vita precedente, di una casa sul mare che conosce soltanto il mio cuore.
Dove sei amore adesso che dormi? Dove ti porta il respiro? Ma siamo proprio noi due quelli che hanno fatto tutta questa roba? Che vanno in giro per il mondo facendo il teatro che hanno sempre sognato?
PAOLA
La lettera del 20 ottobre 2003 non c’è. Ma non è una sorpresa. Lo sapevo che non c’era. Perché il 19 ottobre 2003 è morta la mia mamma Teresa. Avevamo scoperto la malattia in aprile. Un tumore, in stadio già avanzato. Molto doloroso.
Paola e Stefano si preparano per la scena dello yogurt
PAOLA
lei non mangiava più
non chiedeva più il cibo
quando mangiava soffriva perché i ragnetti dentro
si arrabbiavano e la mordevano forte
lei sentiva tanto il dolore
mangiare la faceva soffrire
e i ragnetti intanto mangiavano
mangiano sempre di più
il corpo scompare, tu non senti più fame, il corpo scompare
rimangono solo gli occhi, grandi, belli, verdi, umidi, vivi...
ma solo gli occhi rimangono vivi, perché?
forse perché negli occhi, non c’è corpo, c’è solo luce
Il corpo scompare,
rimane la luce
Scena dello yogurt
STEFANO
h. 7,00 Hotel Statuto Torino 15 febbraio 2004
Caro amore, questo è il primo compleanno senza.
Sembra un’altra vita questa. Sembra una terra devastata. Sembra che in questo deserto non debba più crescere nulla: solo secco, vento, polvere.
Lo so, non sarò mai più il ragazzo tenero e gentile di cui ti sei innamorata, non sarò mai più quel ragazzo.
Questa è una letterina quasi infantile. Una lettera d’impegno. Si te lo dico, il mio regalo è “Basta bere!”.
Il ragazzo di cui ti sei innamorata non c’è più. Al suo posto c’è un uomo pieno di difetti.
Ho il tuo amore. Io ti do il mio, te lo regalo con l’impegno sincero di essere migliore di quanto non sia stato. Senza parole.
PAOLA
Non sai quanto vorrei che oggi tu potessi svegliarti e venire con me a bere un buon caffè e a chiacchierare al bar con la testa libera dai pensieri.
La morte ci è arrivata tanto vicino negli ultimi due anni. L’abbiamo vista e non siamo fuggiti. Per amore della mia mamma ci siamo tuffati nel suo grembo, l’abbiamo guardata ogni giorno.
Ma ci siamo sempre tenuti per mano. Io ho bisogno della tua mano. A volte mi è sembrato di precipitare in quel grembo profondo.
Mentre ti sto scrivendo piango e mi chiedo che meraviglioso e misterioso meccanismo siano le lacrime. Noi provochiamo, attraverso il nostro sentire, una reazione fisica forte e meravigliosa: delle gocce, di che cosa?, delle gocce che escono dagli occhi, gli stessi occhi attraverso cui guardiamo il mondo.
Sta passando il tempo delle lacrime.
Vorrei lavorare adesso insieme a te a questo mistero della vita, a questa energia forte che mi danno solo la terra e gli animali. Sto bene fuori, all’aria aperta. Così non ho paura. E’ solo la paura che non voglio più avere. Il resto va bene così.
STEFANO
Questa sera scrivo con la matita e vorrei scriverti una lettera bellissima come quelle che sai scrivere solo tu. Vorrei soprattutto che fosse semplice e sincera.
Io ti sto accanto ogni giorno da più di 20 anni e oramai sappiamo che non c’è Paradiso. Conosciamo la vita, la sua legge, che non guarda in faccia nessuno, non fa preferenze né sconti.
So che non merito il tuo amore, ma l’amore non si merita, c’è, e questo l’ho imparato da te.
So anche di essere fortunato, potrei dire che tu sei un dono di Dio, se Dio ci fosse, se ci fosse il Paradiso. Sappiamo che non c’è.
Io vorrei regalarti … vorrei poterti promettere …
Che faremo spettacoli sempre più belli e coltiveremo giardini meravigliosi e saremo circondati di bestie, animali, uccelli e un giorno non tanto lontano so che ti porterò al mare.
Quel giorno sarà estate, piena estate, a me basterà guardarti …
PAOLA
Le Ariette 20 ottobre 2005
Caro amore tanti auguri e che oggi sia per te e per noi un buon giorno, semplice, disteso, tranquillo.
Le lacrime stanno finendo forse, ma non basta.
Dobbiamo praticare un altro senso dell’essere e dello stare.
Forse l’abbiamo già trovato in noi, ma non riesce a venire fuori: troppo lavoro, troppi “pensieri”, troppi armadi pieni di cose inutili, poco tempo vuoto, libero, poco tempo per stringerci e abbracciarci.
L’altro ieri quando stavamo seminando il grano, ho sentito che nonostante tutto eravamo felici, finalmente liberi in mezzo a quel grande campo, “in mezzo” all’aria, quella fresca, quella vera, che nessuno e niente ci poteva attaccare e dividere.
Ho pensato che finché semineremo il grano saremo felici, che anche quando saremo più vecchi proveremo a seminare il grano e che forse seminando il grano “si può anche morire”.
Lassù alla fine del filare di noccioli, dove c’è la quercia di Giuliano, potremo sempre rifugiarci, qualunque cosa succeda.
Lassù anche la morte non fa paura.
2003, 2004, 2005 che anni difficili!
Anche il mio corpo ne ha sofferto. Mi sento in difficoltà, bloccata, penso troppo alla malattia e al dolore. Vorrei stare di più con te, ma il mio corpo non mi segue, è stanco.
Aiutami amore, te ne prego.
Questo popolo che abbiamo tanto cercato forse non esiste o forse è sparso un po’ in tutto il mondo. Sì probabilmente è così.
Dobbiamo ripulire i campi,
tagliare la legna e gli alberi secchi,
dobbiamo mettere in ordine la nostra casa,
dobbiamo giocare con Botto e Tom,
dobbiamo fare il nostro teatro.
Fare il nostro teatro è come fare la legna,
fare il nostro teatro è come giocare con gli animali,
fare il nostro teatro è come trinciare, arare, seminare.
Ti amo tanto amore, sei tutta la mia vita, perché in te c’è tutto quello che amo di più al mondo.
Fino a qualche anno fa, quando ti scrivevo le lettere, ero giocosa, ancora un po’ bambina, adesso non più, ma nel profondo del mio cuore sono ancora il tuo piccolo Piero, per sempre.
STEFANO
Oggi siamo piantati in mezzo alla vita come due alberi, la paura non ci spaventa e viviamo sinceri e scoperti. Abbiamo energia, entusiasmo.
Anche ieri sera all’incontro con gli assessori, ti osservavo. Appena tu aprivi la bocca e puntavi gli occhi, alzavi una mano o sorridevi o ridevi o tutte queste cose assieme era come soffiare su delle braci quasi spente, il fuoco si riaccendeva, la fiamma tornava e le facce stanche degli assessori tornavano a brillare come le facce dei contadini attorno al fuoco d’inverno.
Sei una maga, la mia maga. Mi domando spesso quanto ti costi e so che essere maga è una benedizione-maledizione.
Non so spiegare l’effetto di sentire la tua lettera del 2005 in francese nella boite ripetuta in prova e in spettacolo, in mezzo alla gente. Nella nostra vita forse non c’è più confine, si avvicina tutto, tutto si mescola.
Noi viviamo nel cuore del tempo e siamo belli e luminosi per sempre perché ho sentito, in questi tempi difficili, che io sono con te oltre il tempo, nel tempo, fino alla fine del mondo.
Ma non dare troppo conto a queste parole del regista, anch’io, malgrado i capelli bianchi, nel più profondo del mio cuore resto il tuo Falko per sempre, dal nostro Baraccone, il Circo Ballotta, l’unico, l’autentico, il vero Teatro della Commozione.
PAOLA
Un altro anno è passato … ma le cose vanno sempre peggio. Io sono ancora troppo debole, piena di dolore e di nostalgia di una vita che non c’è più e che mai più ci potrà essere.
Il tempo mi rincorre, io corro, corro, ma lui corre più forte e non c’è meta, solo corsa, corsa … e la fine.
Questo teatro non va, sta ritornando ad essere peggio di quando l’abbiamo lasciato.
Adesso sto facendo solo rumore, tante parole che si perdono, scivolano via, tanti pensieri che si attorcigliano attorno a congetture, strategie, opportunità.
Il teatro è diventato una gabbia. E allora liberiamolo, ritroviamo questa terra e questi animali che sono stati la vera scoperta del nostro amore e della nostra vita insieme.
STEFANO
Oggi scrivo a matita e non ho scaletta. Viene fuori tutto, così come viene.
E’ un po’ come se avessimo attraversato la tempesta, il nostro personale diluvio.
Non so spiegarmi come tu abbia fatto ad attraversare quella tempesta nera.
Io ho ascoltato sempre, ho osservato tutto, ti ho sentita scricchiolare, ti ho vista piegare fino quasi a spezzarti.
Sono 49, amore, sono tanti e pochi, tutto e niente, ma lo sai, il nostro numero è il 2781, lì si è compiuto il miracolo, nella nostra stalla siamo rinati bambini.
PAOLA
Le Ariette 20 ottobre 2007
“L’altro ieri mentre stavamo seminando il grano …” si è proprio stato l’altro ieri, ma non potrei più scrivere queste parole di due anni fa. Fanno parte di un tempo in cui siamo stati capaci di attraversare il dolore.
Oggi non è più così. Ci sentiamo sopraffatti dalla nostra stessa vita, incapaci di reagire, insoddisfatti del mondo e del nostro presente.
La nostra quotidianità è cambiata. Ci trattiamo male, non siamo più di aiuto l’uno all’altro, anzi, a sentire le tue parole, tu ti senti vittima del mio carattere, delle mie ingerenze nella tua vita.
Non mi scandalizzo, tutto può capitare, ma oramai basta poco, anche solo se ti chiedo “Hai messo il collirio?” ti vedo irritato, per non parlare poi del bere, del mangiare, dell’abbigliamento … di tutto.
Adesso ci facciamo discorsi che per tanti anni io non ho mai nemmeno concepito, il termine “ingerenza” non è mai esistito per me, c’era una vita insieme, che era la mia vita e la tua vita.
Tu mi hai aiutato tanto negli anni dopo la morte della mamma e io vorrei aiutarti a liberarti del tuo senso di autodistruzione.
Una sola cosa è certa per me, non ti voglio cambiare, penso solo che abbiamo entrambi bisogno di aiuto e ce lo possiamo dare solo l’uno verso l’altro.
Ci sentiamo brutti, vecchi, troppo grassi, troppo magri, pieni di acciacchi, incompresi, incapaci di stare in questo mondo così diverso da noi.
Ritorniamo “insieme”, amore mio, siamo e saremo sempre “soli”, ma “insieme”.
E quella lettera del 2005 non riuscirei più a scriverla oggi, ma le ultime parole si.
Ti amo tanto amore, sei tutta la mia vita, perché in te c’è tutto quello che amo di più al mondo…
STEFANO
Reus Spagna 15 febbraio 2008
Caro amore oggi sono 50 e 25 di questi 50 siamo stati insieme.
Ho la sensazione di ricordare tutto, tutti i dettagli, i viaggi, gli spettacoli, le semine e i raccolti, i lutti, i momenti difficili e quelli di gioia che a tratti si affacciano semplici e imprevisti nelle piccole cose che fanno la nostra vita: uno spettatore che saluta in un modo particolare, un momento di viaggio sul furgone tra uno spettacolo e l’altro. O come stasera, finito lo spettacolo, attorno al tavolo del “Teatro da mangiare?” la torta e la candelina, il compleanno, lo smontaggio e tu sempre così viva e generosa con tutti, anche con la ragazzina catalana che forse non rivedremo più.
Chi l’avrebbe detto che i tuoi 50 anni li avremmo festeggiati in furgone di ritorno da una tournée spagnola?
Così questa notte sento che siamo qui in mezzo al mondo e galleggiamo in questa Catalogna che sta sospesa tra la Francia e la Spagna, tra il mare e la terra, tra la notte e il giorno.
Faremo tutto, con calma o in fretta, accoglieremo quello che ci aspetta senza sfuggirne neanche una virgola, staremo pronti sempre, a partire e a tornare, a restare, ad andare. Sempre per mano.
Tu presto avrai denti nuovi e Le Ariette avranno una nuova cura, i campi e il teatro ci vedranno crescere e cambiare ancora e il cielo sopra Le Ariette ci vedrà, per tanti anni ancora, ridere e piangere insieme.
PAOLA
Vorrei che il nostro abbraccio nel buio diventasse eterno, che la mia mente e il mio corpo sprofondassero in questo abbraccio e si fondessero in un unico sogno di un luminoso Paradiso dove ci sarebbero tutti, i vivi e i morti: la Teresa e Tomaso che potrebbero finalmente stare più vicini e fare l’orto insieme, Mauro che scriverebbe tante poesie, Mario che potrebbe mangiare senza ingrassare troppo, Heico che potrebbe correre nei prati e poi stendersi al sole, come nella foto, tutti i nostri animali, Bac che incontrerebbe la Briciola e Buc che potrebbe calmarsi e mangiare tranquillo e poi le nostre pecore Iris, Tina, il Piccolo, Nero …, le nostre capre, Fiamma, Circe, Checco … e poi il Nadros, l’anatra pechinese e il papero di Rosa, tutte le nostre galline e tutti i francesini che potrebbero cantare all’infinito, fare tante uova e tanti pulcini, i gatti, Maccarone, la Nina, il gatto tigrato amico di Buc, la Rosi. E Totò potrebbe finalmente giocare tanto con la Terri e io e te potremmo risposarci, fare una grande festa e un bel pranzo per tutti.
Le Ariette sono il nostro Paradiso. E’ l’unico luogo dove ci sono i segni di tutte queste presenze, dove il tempo ha una dimensione naturale, umana ed eterna insieme, dove il non-senso della vita si perde in questo tutto e smette di darci dolore.
Sono tanto delusa amore, il mondo si allontana sempre di più, diventa feroce, aggressivo, incomprensibile.
Da qui, dalla nostra valle, deve rinascere il nostro teatro.
Voglio un teatro che parli alle nostre vite, al futuro di un mondo che sarà di Pietro, di Tommaso, di Martina, di Lucia …
Rivoglio un teatro dei sentimenti, della verità dei sentimenti, della crudeltà dei sentimenti.
Non è nostalgia, e poi quale nostalgia?
STEFANO
Dalla finestra si vedono le luci della città, si vedono i tetti di vetro dei centri commerciali, si sente il rumore del sabato spagnolo.
Si sente forte il rumore del climatizzatore di questa stanza 815 di un hotel abbastanza di lusso direi. Dodicesimo piano. Siamo in alto in mezzo al cielo e se ci fosse il sole si vedrebbe il mare. Ma è notte.
I nostri animali sono al Green Space ad alcune centinaia di metri da qui. Oggi, quando li guardavo, nel sole, stesi sulla paglia gialla, mi sono sembrati felici, contenti dell’aria asciutta e tiepida di Valencia e di questa primavera anticipata.
E anche tu mi sei sembrata felice, in fondo. Felice di quella felicità matura che stiamo imparando a conoscere, una felicità così segreta che a una prima occhiata potrebbe sembrare altro.
Ancora un compleanno in teatro.
Adesso che sei sola per la prima volta, che la tua mamma e il tuo babbo se ne sono andati, io sono qui di fianco, diverso da me e sempre lo stesso che si lasciava pettinare i capelli lunghi e rossi, che ti cercava con il suo moto Morini, il Corsarino, che mattone su mattone, con te ha tirato su il teatro che voleva e adesso si prepara a un’altra nuova impresa.
Da te ho imparato che si vive sempre forte, dentro alla fatica quotidiana e alla sua magra gioia.
Se io potessi sarei quello che sono insieme a te per sempre. Quel che non so spiegare noi lo sappiamo già, tu lo conosci da quando eri bambina e stavi in quella foto appena sveglia in canottiera con la tua mamma e il panino in mano.
PAOLA
Le Ariette 15 febbraio 2010 Questa è l’ultima lettera che mi ha scritto Stefano
Eccomi ancora qui, al tavolo di cucina con la matita che mi hai regalato tu per il mio 49° compleanno.
Nell’anno passato, il 2009, non è morto nessuno, nessun umano della famiglia o amico.
E’ morto Botto il nostro cagnone, le pecore Checco e Lana se le è mangiate il lupo.
Tu vuoi bene ai tuoi animali, li capisci, li ascolti e piangi per l’oca Guendalina, anche lei ci ha lasciati e mi sembra l’animale che ci porta più indietro nella storia delle Ariette.
Ora è Luna che raccoglie il testimone, la pony che ti ho regalato 14 anni fa dopo un bellissimo viaggio in Camargue.
Adesso che ogni sera ci sposiamo in questo nostro “Matrimonio d’inverno” stiamo accumulando un credito infinito di viaggi di nozze, ma noi siamo fatti così, le nostre feste vivono nella luce straordinaria del desiderio, le immaginiamo e le teniamo dentro per tempi migliori.
Amore insegnami come si fa a vivere in una piccola tana nel bosco, a guardare i fiori dei meli, a giocare con il vecchio gatto Totò.
Ho la fortuna in questi giorni, ogni sera, di ascoltarti. Mentre ti ascolto piango e mi lascio portare per mano da te nel cuore della terra, nella compassione e nella pietà degli esseri e delle cose viventi. Ogni sera, ogni giorno.
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