Gianmaria Testa Trio e Teatro delle Ariette

"VITE"

 

Gianmaria Testa
voce, chitarre
Piero Ponzo clarinetto, sax
Nicola Negrini contrabbasso
Paola Berselli, Maurizio Ferraresi, Stefano Pasquini, Claudio Ponzana voci recitanti e cucina

Coproduzione FUORIVIA Produzioni - Teatro delle Ariette
www.produzionifuorivia.it 

TESTI

LA BUSTINA DEL TE’

Questa è la storia di un uomo che aveva sempre avuto un unico grande sogno, andare sulle stelle.
Era nato in un piccolo villaggio e fin da bambino non aveva mai pensato ad altro. Era cresciuto, era diventato grande e non aveva ancora realizzato il suo sogno. E così decise di partire.

Una strada, un prato, un bosco, una montagna, un’altra strada, un villaggio, una città, il mare.
Una città, altre strade, altre città, altri villaggi, montagne, prati, boschi, una strada… e un giorno si accorse di essere ritornato al suo villaggio.

La prima casa che incontrò fu quella dell’uomo più vecchio e saggio del paese. Decise di entrare. Il vecchio era lì. L’uomo lo saluto e disse: “Ho viaggiato tutta la vita per realizzare il mio sogno. Ho perso tutto. Mi è rimasto soltanto questo” “Molto interessante – disse il vecchio – ma non credo che ti aiuterà a realizzare il tuo sogno”
L’uomo usci, ricominciò a camminare e pensò a quello che gli aveva detto il vecchio. Si, forse il vecchio aveva ragione, forse questo non gli serviva.
E camminando si accorse di essere arrivato davanti alla casa di suo padre. Decise di entrare. Suo padre era lì. L’uomo lo saluto e disse: “Ho viaggiato tutta la vita per realizzare il mio sogno. Ho perso tutto. Mi è rimasto soltanto questo” “Te lo avevo detto – disse il padre – non credo che ti aiuterà a realizzare il tuo sogno”
L’uomo usci, ricominciò a camminare e pensò a quello che gli aveva detto suo padre. Si, forse anche suo padre aveva ragione, forse questo non gli serviva.
E camminando si accorse di essere arrivato davanti alla casa del suo migliore amico. Decise di entrare. Il suo amico era lì. L’uomo lo saluto e disse: “Ho viaggiato tutta la vita per realizzare il mio sogno. Ho perso tutto. Mi è rimasto soltanto questo” “Bello, molto bello – disse il suo amico – ma non credo che ti aiuterà a realizzare il tuo sogno”
L’uomo usci, ricominciò a camminare e pensò a quello che gli aveva detto il suo amico. Si, forse anche il suo amico aveva ragione, forse questo non gli serviva.
E camminando si accorse di essere arrivato alla fine del paese. In mezzo ad un prato, vicino al bosco. Era notte. Il cielo era pieno di stelle. L’uomo guardò in alto e capì che era arrivato il momento di partire.


22/11/04

Vorrei parlarvi della mia terra.
Quando dico mia non pensate a quella che coltivo io, pensate a tutta quella che resta.
Sento mio soltanto quello che non mi appartiene.
Quella che coltivo io è vostra. Ho con lei un rapporto di affidamento , di cura. Quando il padrone tornerà e mi chiederà di restituirgliela io lo farò e chiederò soltanto una cosa: di essere dimenticato.
Chiederò in sostanza di essere libero, di non dover più curare nulla, cioè di poter morire.
Chiederò il permesso di essere libero.
La mia terra la vedo di rado.
Ne ho nostalgia.
Eppure ho il permesso di cercarla.


02/01/04

Vagabondare
per le strade del mondo
essere un altro

Il vuoto che cerca nei giorni. Occhi, soltanto occhi che guardano e vivono nella vita degli altri, nell’amore degli altri, nel lavoro degli altri. Beethoven mi ricorda Tom Waits. Dalla campagna, nella terra di America o Germania o Italia, credo che crescano le stesse note, gli stessi tramonti, gli stessi struggimenti di nascite e morti, di vita, di viaggi e di mondi possibili e lontani, tra i violoncelli e le belle bandiere che sventolano al sole tra i filari di salici, di pioppi, di olmi e di aceri maritati alla vite. Sì Beethoven e Mozart e Tom Waits e le mie, le nostre parole, umili, semplici, le parole di Paola, le parole d’amore, grande, grande come i suoi occhi laghi di pianto e di riso, di vecchi e bambini.
E’ lei il mondo che è andato e scompare e muore nei fossi, nella sua voce, nelle sue labbra, nel suo corpo, generazioni di antenati, di mamme e di nonne umane e animali. Lei mi porta nei mondi che non so, lei mi fa essere un altro.
La seguo, le corro incontro e in questi tempi io cerco, io provo a proteggerla, a curarla. Ma sono maldestro. Io cerco e continuo perché lei è la mia sorgente.


22/01/04

Gli uomini assomigliano alle piante. Ho osservato che la stessa pianta, a seconda dello stadio di sviluppo, soffre in maniera diversa il gelo. La pianta piccolissima lo teme di più di quella in crescita e sviluppo, ma lo teme meno di quella già matura. Guarda lo spinacio che gela col freddo solo quando è già maturo.
Anch’io adesso sento molto più freddo.
Quando un frutto è maturo è molto gustoso, ma ha finito il suo ciclo. Si ammala, marcisce.
Così un uomo maturo, così il grano dorato, così la pesca profumata o la lattuga fresca. Così l’estate. fine.
L’inizio dell’estate coincide con la morte del grano. L’inizio e la fine insieme. L’estate è la maturità dell’anno, di un’età esausta per avere troppo vissuto, troppo in fretta e troppo intensamente. Nelle sere calde di fine giugno l’estate assapora il suo trionfo nel presagio della sua fine. Quel leggero cambio di luce che segna l’accorciarsi delle giornate.
I campi esausti, dopo aver dato e grano e lucciole, aspettano l’aratro che li rivolti e i ragni a tessere sulle zolle le ragnatele di settembre. Tutti aspettano esausti che finisca, dolcemente, in una ferita di nostalgia. Sudati, sdraiati, abbandonati con le lacrime agli occhi.
La vita mi ha portato lì, su quel colmo rotondo e pelato, su quel colle bruciato dal sole. Non piango l’inverno. La primavera non la ricordo più, è passato del tempo. E’ solo l’estate, infinita, morta nel sole. Voi giovani non la potete capire l’estate, voi la desiderate e non arriva.
Assomigliamo alle piante, sì, alle piante. Ma questo non ci consola.

LA LETTERA

Caro amore tanti auguri e che oggi sia per te e per noi un buon giorno, semplice, disteso, tranquillo.
Le lacrime stanno finendo forse, ma non basta.
Dobbiamo praticare un altro senso dell’essere e dello stare.
Forse l’abbiamo già trovato in noi, ma non riesce a venire fuori: troppo lavoro, troppi pensieri, troppi armadi pieni di cose inutili, poco tempo vuoto, libero, poco tempo per stringerci e abbracciarci.
Ieri l’altro quando stavamo seminando il grano, ho sentito che nonostante tutto eravamo felici, finalmente liberi in mezzo a quel grande campo, in mezzo all’aria, quella fresca, quella vera, che nessuno e niente ci poteva attaccare e dividere.
Ho pensato che finché semineremo il grano saremo felici, che anche quando saremo più vecchi proveremo a seminare il grano e che forse seminando il grano si può anche morire.
Lassù alla fine del filare di noccioli, dove c’è la quercia di Giuliano, potremo sempre rifugiarci, qualunque cosa succeda.
Lassù anche la morte non fa paura.
2003, 2004, 2005 che anni difficili!
Anche il mio corpo ne ha sofferto. Mi sento in difficoltà, paralizzata, penso troppo alla malattia e al dolore. Vorrei stare di più con te, ma il mio corpo non mi segue, è stanco.
Aiutami amore, te ne prego.
Questo popolo che abbiamo tanto cercato forse non esiste o forse è sparso un po’ in tutto il mondo. Sì probabilmente è così.
Dobbiamo ripulire i campi,
tagliare la legna e gli alberi secchi,
dobbiamo ordinare la nostra casa,
dobbiamo giocare con Botto e Tom,
dobbiamo fare il nostro teatro.
Fare il nostro teatro è come fare la legna,
fare il nostro teatro è come giocare con gli animali,
fare il nostro teatro è come trinciare, arare, seminare.
Ti amo tanto amore, sei tutta la mia vita, perché in te c’è tutto quello che amo di più al mondo.
Fino a qualche anno fa, quando ti scrivevo le lettere, ero giocosa, ancora un po’ bambina, adesso non più, ma nel profondo del mio cuore sono ancora il tuo piccolo Piero, per sempre.

LA CANZONE D'AMORE

Io, nella mia vita, credo (dico sempre credo)…tutto quello che ho fatto, l’ ho fatto per amore, solo per amore. E allora vorrei cantarvi una canzone d’ amore. E’ la mia canzone d’ amore preferita. Per me è anche la canzone d’ amore più bella che sia mai stata scritta. Mi rendo conto, è un parere molto soggettivo, quindi se non siete d’ accordo non c’ è problema. E questa canzone vorrei dedicarla a mia moglie.
E qui c’ è un problema. Non perché voglio dedicare la canzone a mia moglie, ma perché la canzone è stata scritta in americano e mia moglie non sa l’ inglese.
Allora io questa canzone ho dovuto tradurla e traducendola mi sono trovato di fronte i problemi che credo incontrino tutti i traduttori di testi da una lingua a un’ altra. Ci sono dei traduttori a tavola?
Il primo è stato un problema di carattere geografico.
La canzone parla di un ragazzo che è innamorato di una ragazza. Il ragazzo è americano, la ragazza pure. Il ragazzo abita a New York, lei nel New Jersey. Voi sapete che lo stato di New York e quello del New Jersey confinano, sono vicinissimi, ma sono separati da un fiume e lui per “andare a morosa” deve attraversare il ponte sul fiume che separa New York dal New Jersey. E’ tutto vero, non sto inventando, questo fiume esiste e ha anche un nome. Se dite il nome fate bella figura. E’ un piccolo test sul livello di cultura generale della tavolata.
Hudson? Bravo! Almeno credo che sia l’ Hudson perché tutti a tavola di solito rispondono Hudson e per la legge dei grandi numeri…Solo tre volte hanno detto Missisipi.
Io non potevo attraversare l’ Hudson e mi sono ricordato che nella mia vita sentimentale c’ erano stati molti fiumi importanti.
La prima ragazza che ho avuto, la mia prima fidanzata, abitava a Bologna come me, solo che io stavo vicino allo Stadio e lei in via della Pietra. Questo a voi non dice nulla però io per “andare a morosa” dovevo attraversare il ponte sul fiume Reno.
Non è stata l’ unica ragazza che ho avuto, ce ne sono state altre, per essere sintetico dirò solo le più significative, significative da un punto di vista fluviale, non è questione di categorie sentimentali.
Una stava a Firenze sull’ Arno, la più lontana di tutte in Normandia sulla Senna, ma il fiume dove si è felicemente conclusa la mia corsa sentimentale tecnicamente non è nemmeno un fiume, è un piccolo corso d’ acqua e viene definito “torrente” e precisamente il torrente Lavino che segna il confine tra il comune di Bologna e quello di Anzola Emilia che quando “andavo a morosa” io era ancora un comune agricolo attorno alla città, adesso è uno dei tanti comuni industriali della cintura di una quasi metropoli.
Risolto il problema di carattere geografico mi sono trovato di fronte il problema del mezzo di locomozione. Il ragazzo americano come ci “andava a morosa”? Come ci vanno gli americani, con quei macchinoni lunghi. Io ho preso la patente molto tardi, a 29 anni, quando siamo andati ad abitare alle Ariette, quindi non potevo andarci in macchina…ci andavo in motorino.
Io avevo un 48 cc e precisamente un Moto Morini, Corsarino, 4 tempi, rosso.

Traduzione della canzone jersey girl di Tom Waits (cantata con la chitarra)

Non ho tempo per i balordi
Che in strada fan casino fino a tardi
E non voglio puttane perché
Perché stanotte io starò con te
Perché stanotte faccio quella corsa
Passo il Lavino vengo giù in campagna
Con la mia bimba andremo al luna park
E poi a correre sui go-kart
Nella nebbia è tutto perfetto
Tu e la tua bimba di sabato notte
E i sogni miei son già realtà perché
Cammino in strada e sto di fianco a te
E canto sha la la la la la .....

Se sono serio lei mi ride in faccia
E poi mi strige forte tra le sue braccia
Il mio angioletto mi dà tutto il bello
Io so che un giorno metterà il mio anello
Voi non scocciatemi che io non ho tempo
Sul mio Morini ho già passato il ponte
Nient’ altro conta in questo mondo vuoto
Di un’ anzolese sono innamorato
E canto sha la la la la la .....

E io chiamo il suo nome
E di notte non posso dormire
Canto sha la la la la la ......

CARTA D'IDENTITA'

Io sono Maurizio Ferraresi, ho 48 anni, sono divorziato ed ho due figli stupendi.
Marcello che ha già 23 anni e Marta che tra poco ne avrà 15.
Sono nato a Bologna il 12 ottobre 1957, sono nato in casa, in via del Rosario nella casa della mia famiglia. Mio padre faceva il garagista, mia madre la commessa in un negozio di pescheria.
Abito a Bologna. Ho preso il diploma di Ragioniere con il voto di 39/60.
Lavoro con Le Ariette. In passato ho fatto molti altri lavori: il benzinaio, il bracciante agricolo, il magazziniere e l’impiegato presso un istituto di credito e una compagnia assicuratrice.

Ci sono molte persone importanti nella mia vita. La più importante di tutte è mio fratello Stefano che è morto da molti anni.


La parte del mio corpo che mi piace di più sono le mani. Quella che mi piace di meno, i polpacci.
La prima volta mi sono innamorato a 8 anni, di Emanuela che abitava vicino a me. Ci davamo i bacini in cantina, andavamo a scuola per mano, volevamo sposarci.
Io nella mia vita non ho mai ucciso persone, ho ucciso degli animali: lucertole, serpenti, anatroccoli, topi e rospi.

Io ho visto dei morti. Ho visto dei famigliari morti e dei parenti nelle bare prima dei funerali, ho visto dei morti sulla strada a causa di incidenti stradali, ho visto i morti alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980, ho visto mio padre morire. La vista della morte mi crea disagio, come la frequentazione dei cimiteri.


02/02/04

A piedi, in silenzio, ai margini di un campo.
Un fosso grande, con un po’ d’acqua in fondo nell’erba secca, quasi marcita in mezzo all’erba verde, fresca. Le canne alte, poche, e tutte quelle tagliate, brune, buttate sull’orlo del campo.
Noi camminiamo sullo stradello di ghiaia rossastra. Le pozzanghere sono mezze gelate. Il sole scioglie il fango ghiacciato. Le spalle al sole, verso una casa.
La ghiaia finisce, comincia la sterrata, ma è solo fango, impraticabile. Prosegue seguendo il fosso, verso il fondo della campagna, dove non ci sono più case, né serre, né strade, né uomini.
Solo terra e cielo.
Mi fermo a guardare la terra e il cielo e il fosso che si allontana.
Appoggio i piedi per terra. Penso al Vangelo Secondo Matteo. Penso a tutto quel camminare: di Dio, dei santi, dei discepoli e dei peccatori, su quei monti, in riva al mare, nelle città.
A portare la gente in un campo per provare a guardare le cose con altri occhi, a guardarle in un altro modo ti accorgi che non c’è niente di naturale nella natura. Tutto è santo, in ogni punto in cui i tuoi occhi guardano è nascosto un Dio.
Il mais non è solo polenta, il pomodoro non è solo pizza, il pollo non è solo carne.
A portare la gente in un campo è che non sappiamo più dove andare per inginocchiarci senza essere ridicoli.
Sul delta del fiume che muore comincia il mare. Mare di terra e mare di acqua. Campagne che sanno il presagio del mare. Campagne che amo, clima dolce, primavera struggente e terra piatta, spiaggia coltivata.
A portare la gente in un campo è che non sappiamo più dove andare per stare in silenzio senza sembrare imbronciati. Abbiamo sempre troppe cose da dire, da spiegare, da cercare di capire.
Ai margini di un campo camminare e ascoltare. Nel campo stare, del tempo, al tramonto, aspettando pazienti i fantasmi che sono ridotti a zanzare, a punture di insetti, al cantare di rane nei fossi, al cantare di grilli e cicale.
I campi sono cimiteri abitati dai defunti del mondo, gli animali, le piante, gli insetti, i fratelli dei cani.
Amo la gente che ancora popola quei campi, comunque, e amo quel frumentone, di fronte a quei campi mi si apre il cuore, come a un bambino, e il ridere e il piangere sono tutt’uno, e i giovani e i vecchi sono tutt’uno e sono tutt’uno anche gli assenti e i presenti, i vivi e i morti.


Le Ariette, 23 novembre 2006

Sono un emigrante, nel mio piccolo, anch’io.
Ho lasciato Bologna, la città dove sono nato il 20 ottobre 1960, e dall’11 novembre 1989 vivo a Castello di Serravalle, a 30 km da Bologna.
Lì ho trovato il lavoro e la casa, ma ancora mi sento straniero, a tratti esiliato, a tratti in vacanza e qualche volta a spasso sulla macchina del tempo puntata 15 anni indietro.
Anche ‘loro’ mi vedono ancora straniero, ma ‘loro’ sono sempre di meno.
Non la pensano così i miei amici indiani che lavorano nelle stalle, o i magrebini degli allevamenti di polli, dei fabbri e delle imprese edili, o tutti i componenti della comunità ghanese che ho sentito cantare in coro e in abiti tradizionali colorati “Oh when the Saints go marchin’ in” giù ai capannoni dei DS per la festa della pace.
Non la pensano così neanche gli impiegati bolognesi, ultimi acquirenti del nuovo blocco di villette a schiera edificate tra la piana di Sant’Apollinare, il Ghiaia e il Samoggia; sono emigrati molto dopo di me e non sanno nemmeno che esisto.
Eppure è lì che è cominciata la mia seconda vita, a 29 anni, a Castello di Serravalle, nel podere Le Ariette.
Ho definitivamente lasciato la città, da cui mi ero già allontanato 5 anni prima per vivere con Paola, per andare in campagna a fare il contadino. E adesso che con gioia il teatro è tornato mi sento comunque sempre lì, con i piedi piantati per terra, gli occhi nel cielo e il cuore a casa con gli animali.
Lì sono i miei ricordi d’infanzia, l’infanzia adulta di una seconda era, le lucciole ritrovate assieme a un Pasolini nascosto tra i fili dell’erba e fotografato sulle pagine gialle di un vecchio giornale usato un giorno di dicembre, prima dell’alba, per accendere il fuoco nel forno.
Lì è la notte silenziosa. Perduta nel calendario. La camera dei sogni.
Lì è il cielo nero scintillante di stelle, il primo che ho visto in tutta la mia vita. Lì è neve fin dove arriva lo sguardo, la più bianca, infinita. Lì sono l’abete e il vecchio prete, il cocchiere, le slitte e la stalla dove gli animali parlano la lingua degli uomini, dove ho fatto nascere agnelli e munto le pecore e le capre.
Lì, sotto quel cielo, stavamo in piedi io e Paola, la zappa in una mano, il vento sulla testa e il cuore pieno.
Lì è ricominciato il nostro teatro, la povertà, la felicità e i pianti e l’amore.
Lentamente si è compiuto il miracolo.
Lì io e Paola siamo rinati bambini.