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di Paola Berselli e Stefano Pasquini
da "il dolore" di Marguerite Duras
con il lavoro di Paola Berselli, Maurizio Ferraresi,
Gregorio Fiorentini,
Stefano Pasquini, Claudio Ponzana
TEATRO DELLE ARIETTE - 2005
24 agosto 2004
Pasolini nel carcere di Volterra
Oliviero Ponte di Pino
A quasi trent'anni dalla morte di Pasolini (una data-simbolo per la coscienza civile e per la cultura italiana), e quando gli effetti dell'11 settembre hanno trovato il tempo di sedimentarsi nell'anima, è un po' il segno di questa estate festivaliera, il presagio della fine - o forse una consapevolezza a volte stemperata nell'ironia, a volte colta in tutta la sua drammatica irrevocabilità.
Per il Teatro delle Ariette, anche per motivi personali, biografici, questo è il tempo della elaborazione di un lutto. Così, dopo Estate. Fine a Santarcangelo, con il «progetto sperimentale» Assenza a Volterra le Ariette segnano un'altra tappa del loro cordoglio. Anche qui con un radicale ribaltamento, quella della formula cibo-teatro che li ha portati al successo.
Ancora una volta gli spettatori sono seduti intorno a un tavolo, in una stanza stretta, calda e umida. Ancora una volta c'è del cibo, qualche fetta di crostata e mucchietti di pane sbriciolato. E le posate e i bicchieri. Ma dall'alto gocciolano le flebo. E quel cibo nessuno lo mangerà, non ci sarà il pranzo-comunione che chiudeva i precedenti rituali delle Ariette.
La voce fuori campo di Paola Berselli (è anche all'assenza degli attori e in fondo dello spettacolo, al culmine di un processo di progressiva sottrazione, che si riferisce in titolo della performance) ripercorre Il dolore di Marguerite Duras, ovvero il racconto del terribile ritorno del suo uomo, Robert Anthelme, dai campi di sterminio. Malato, scheletrito, abbrutito. Affamato al punto che mangiare può portare alla morte, come successe a molti sopravvissuti ai campi.
Un calvario di sofferenze fisiche e psichiche, straziante e insopportabile. E quella crostata, e quelle briciole, ci sono anche nel racconto di Paola-Marguerite, e diventano dunque tabù. Il canto di Edith Piaf, che apre e chiude come una parentesi i quaranta minuti della lettura, non basta certo a romperlo.